QUINTO SETTIMO FLORENTE TERTULLIANO – “Apologeticum”

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età tardoantica – La Patristica
AUTORE: Quinto Settimo Florente Tertulliano
OPERA: “Apologeticum”
GENERE: Apologetica
DATA: II-III secolo d.C.

RIASSUNTO

  • CAPITOLI 1-3: Tertulliano si propone di dimostrare l’ingiustizia dell’odio verso i cristiani, adducendo varie argomentazioni. È profondamente iniquo condannare i cristiani senza conoscerne le ragioni, dato che è iniquo odiare ciò che si ignora. Inoltre, a differenza di chi è colpevole di veri crimini, i cristiani non mostrano vergogna, pentimento o paura: si dichiarano apertamente cristiani, accettano con serenità le condanne e si gloriano della loro fede. Sono ingiuste le leggi romane, che condannano i cristiani unicamente per il loro nome, che è privo di qualsiasi accezione offensiva e significa “unti” o, in alcune varianti, “buoni”.
  • CAPITOLI 4-9: Tertulliano respinge con decisione le accuse di infanticidio e di orge incestuose mosse contro i cristiani, evidenziandone l’infondatezza. Tali calunnie si basano esclusivamente su dicerie dal momento che i ritrovi cristiani sono riservati, pertanto né gli iniziati, che sono tenuti al segreto, né gli estranei, che non vi hanno accesso, possono sapere cosa accade al loro interno. Le accuse rivolte ai cristiani possono essere legittimamente ribaltate sui loro accusatori, i pagani, che si macchiano realmente di pratiche come incesti, infanticidi, sacrifici umani e persino l’atto di bere sangue umano.
  • CAPITOLI 10-11: Tertulliano respinge l’accusa di sacrilegio e lesa maestà rivolta ai cristiani, basata sul loro rifiuto di venerare gli dèi pagani e di offrire sacrifici agli imperatori. Egli sostiene che i cristiani hanno abbandonato il culto degli dèi poiché convinti, anche sulla base delle stesse fonti pagane, che tali dèi non fossero altro che uomini comuni, successivamente divinizzati. Tuttavia la loro presunta divinizzazione post-mortem gli appare non solo contraddittoria, in quanto richiederebbe l’intervento di un dio superiore per conferirla, ma anche infondata, poiché questi uomini, spesso caratterizzati da vizi evidenti, sarebbero stati più meritevoli di essere puniti che glorificati.
  • CAPITOLO 12-15: Tertulliano esamina la natura dei presunti dèi pagani, concentrandosi sui loro simulacri. Queste statue sono realizzate con materiali comuni, gli stessi impiegati per oggetti di uso quotidiano, e vengono forgiate attraverso processi di battitura, raschiatura e arroventatura. Ben lontane dall’essere divine, queste figure inanimate sono rifugio per uccelli, topi e ragni, ed è quindi del tutto irragionevole adorarle. Del resto sono gli stessi pagani a ridicolizzare e offendere le loro divinità: alcune immagini sacre, come i Lari domestici, vengono trattate alla stregua di beni materiali, soggetti a compravendite e pignoramenti; altre vengono banalizzate, come nel caso di Saturno trasformato in una pentola o di Minerva ridotta a un mestolo. Come se ciò non bastasse, Tertulliano richiama le oltraggiose leggende tramandate dai poeti sugli dei, primo fra tutti Omero, che raccontano di divinità coinvolte in fazioni opposte, ora al fianco dei Greci, ora dei Troiani: si narra di Venere ferita, di Marte imprigionato, di Giove salvato grazie all’intervento di Briareo, e di altre vicende simili, tanto irriverenti quanto incredibili. Persino nei testi dei filosofi non mancano offese e critiche rivolte agli dei.
  • CAPITOLO 16: Tertulliano confuta due accuse rivolte ai Cristiani: l’adorazione di una testa d’asino e la venerazione della croce. La prima accusa, secondo lui, deriva dalle “Historiae” di Tacito, in cui si narra che gli Ebrei, durante l’esodo dall’Egitto, avrebbero trovato acqua grazie a degli asini selvatici, e per gratitudine li avrebbero venerati. Successivamente, questa diceria sarebbe stata estesa ai cristiani, considerati una setta affine agli Ebrei. Tertulliano ribatte che sono i pagani a venerare gli animali, come dimostra il culto della dea Epona, associata ai giumenti e agli asini.
    Riguardo alla venerazione della croce, egli sottolinea che anche i pagani adorano idoli di legno: la materia è la stessa, cambia forse la forma, ma si tratta pur sempre del corpo di colui che essi considerano Dio.
  • CAPITOLO 17: Tertulliano celebra il Dio unico, creatore del cosmo, che, pur essendo invisibile, si rende percepibile. La sua immensa grandezza lo rende al tempo stesso noto e ignoto. Non riconoscere Dio è il più grave delitto, poiché le sue opere e l’anima stessa ne testimoniano l’esistenza: infatti, anche quando è appesantita dal corpo o sviata da falsi culti, l’anima, nella sua purezza originaria, si rivolge spontaneamente a Dio con esclamazioni come “Dio buono e grande!”, dirette al cielo.
  • CAPITOLI 18-20: Vengono passate in rassegna le fonti letterarie della dottrina cristiana, sottolineandone l’antichità, superiore a qualsiasi fonte greca.
  • CAPITOLO 21: Viene esposta la dottrina di Cristo come uomo e Dio, insieme a una chiara formulazione del concetto di Trinità (tre persone in una sola sostanza). L’autore ribadisce inoltre il concetto di Logos, la Parola divina, come principio creatore dell’universo. Successivamente, riassume la vita di Gesù e la diffusione della sua dottrina a opera degli Apostoli, fino alle persecuzioni avvenute sotto l’impero di Nerone.
  • CAPITOLI 22-24: Tertulliano discute l’esistenza di sostanze spirituali e descrive la caduta di alcuni angeli, da cui hanno avuto origine i demoni. Questi spiriti malvagi operano per corrompere l’uomo, suscitando passioni disordinate e credenze nei falsi dèi. Secondo Tertulliano i miracoli dei maghi, i sogni e le pratiche divinatorie sono opera dei demoni.
  • CAPITOLI 25-27: Tertulliano risponde con sarcasmo all’argomentazione pagana secondo cui Roma avrebbe raggiunto la sua grandezza grazie alla religiosità tradizionale. Si chiede ironicamente se dèi come Stercolo, Mutuno o Larentina possano davvero aver contribuito all’ascesa dell’Impero. Egli sottolinea che Roma era già potente e prestigiosa prima dell’introduzione del culto ufficiale, e ribalta l’idea della sua presunta pietà religiosa. La storia romana, infatti, è segnata più dall’irreligiosità che dalla devozione: guerre, distruzioni di templi, massacri di sacerdoti e saccheggi di beni sacri e profani dimostrano che Roma si è affermata non onorando, ma piuttosto offendendo gli dèi.
  • CAPITOLO 28: Ai cristiani veniva formalmente imputato il rifiuto di sacrificare in onore dell’imperatore divinizzato, considerato un atto di lesa maestà. Tertulliano, con tagliente ironia, osserva che i pagani tributano maggiore rispetto a Cesare, un uomo vivo, rispetto a Giove, che essi stessi considerano un dio celeste. Una simile preferenza, ammette, può avere una sua logica, poiché un vivo ha più valore di un morto. Tuttavia, privilegiare un’autorità umana rispetto a quella divina è una chiara dimostrazione di irreligiosità.
  • CAPITOLI 29-39: Segue una serie di bellissimi capitoli in cui Tertulliano difende la lealtà e la rettitudine dei cristiani, dimostrando come le loro preghiere per l’imperatore siano non solo più sincere, ma anche più efficaci di quelle dei pagani, poiché rivolte al Dio unico e vero. I cristiani pregano per una lunga vita dell’imperatore, per la stabilità del suo regno e per la pace universale, non attraverso sfarzosi riti esteriori, ma con purezza d’animo, riconoscendo nella durata dell’impero un mezzo per ritardare la fine dei tempi. Tertulliano respinge con fermezza l’accusa di “nemici pubblici” mossa contro i cristiani, evidenziando che, diversamente da ribelli come Cassio, Nigro e Albino, essi non hanno mai cospirato contro l’autorità imperiale né cercato vendetta contro i propri persecutori. Pur essendo già numerosi e presenti in ogni ambito della società, non hanno mai approfittato della loro forza per nuocere. I cristiani sono una comunità fondata sull’amore reciproco e sulla solidarietà: non turbano la società e rifiutano solo le pratiche e i piaceri associati alla falsa religione; si radunano per pregare, leggere i testi sacri e spronarsi a una vita virtuosa; contribuiscono con offerte mensili per sostenere i poveri, i derelitti e le spese funerarie; tutto condividono, eccetto le mogli; le loro sobrie cene iniziano e si concludono con preghiere e canti in onore di Dio. Quale danno potrebbe arrecare una comunità così retta e perché mai deve essere considerata una “setta illecita”?
  • CAPITOLI 40-41: Viene confutata l’accusa secondo cui i cristiani sarebbero responsabili delle calamità pubbliche, sottolineando che numerosi disastri naturali si verificarono molto prima dell’avvento del Cristianesimo, causando persino la distruzione dei templi pagani. A sostegno della sua tesi, Tertulliano afferma inoltre che le calamità attuali sono in realtà meno gravi rispetto al passato, grazie alle preghiere dei cristiani che placano l’ira divina. Infine, se Dio permette che anche i suoi fedeli soffrano, i cristiani non si scoraggiano, poiché ripongono la loro speranza in una vita più elevata e perfetta.
  • CAPITOLI 42-43: Tertulliano replica a un’altra accusa rivolta ai cristiani, quella di essere estranei agli affari e inutili per l’economia locale, dimostrando la sua infondatezza. I cristiani, infatti, partecipano attivamente alla vita economica come chiunque altro: frequentano mercati, bagni pubblici, botteghe e officine, prestano servizio militare, coltivano la terra e si dedicano ai commerci. Se si astengono da alcune pratiche, come cingersi la testa di fiori, partecipare agli spettacoli pubblici o sostenere economicamente i templi pagani, ciò avviene per motivazioni ben fondate. È vero che non elargiscono denaro a lenoni, sicari, maghi o aruspici, ma, in cambio, conducono vite innocue e rispettabili, senza creare problemi né rappresentare una minaccia per gli altri.
  • CAPITOLI 44-45: Tertulliano si rivolge ai giudici per far loro notare come, nei processi per delitti comuni (assassinii, furti o sacrilegi), tra gli imputati non figuri alcun seguace della fede cristiana. Le carceri, le miniere e le arene sono invece colme di individui che seguono i valori del sistema pagano. Se vengono portati a processo, i membri della comunità cristiana lo sono esclusivamente a causa della loro fede, non per aver commesso reati paragonabili a quelli degli altri prigionieri. Secondo Tertulliano, inoltre, se un fedele fosse accusato di un crimine comune, non potrebbe più essere considerato tale, poiché la vera adesione alla fede è incompatibile con azioni malvagie. I cristiani vivono, infatti, secondo una legge superiore, non umana, e si comportano come se fossero costantemente alla presenza di Dio, che scruta, giudica e vendica le loro azioni.
  • CAPITOLI 46-47: Tertulliano confronta i principi morali e la condotta di vita dei pagani con i precetti e i costumi dei cristiani, allo scopo di dimostrare la superiorità etica e spirituale dei secondi. Riconosce che i filosofi antichi hanno espresso molte verità, ma sostiene che queste derivino dai profeti della tradizione cristiana. La filosofia, d’altro canto, ha mescolato tali verità con ipotesi contrastanti, che hanno generato un disaccordo tra i filosofi stessi. Questa varietà di opinioni si è insinuata anche tra i cristiani, portando alla necessità di stabilire come unica regola quella trasmessa da Cristo attraverso i suoi apostoli. Inoltre, Tertulliano afferma che alcune idee presenti nella cultura pagana, come il giudizio finale, le pene dell’inferno e i campi Elisi, hanno un’origine cristiana.
  • CAPITOLI 48-49: Tertulliano difende il dogma cristiano della resurrezione dei corpi, spesso oggetto di scherno da parte dei pagani, argomentando che l’onnipotenza divina, capace di creare il mondo dal nulla, può ben far risorgere i corpi dei defunti. A sostegno di quest’idea, egli trova analogie nella natura stessa, come l’alternanza tra luce e tenebre, il rinnovarsi delle stagioni e la rigenerazione dei frutti, che testimoniano il continuo ciclo di morte e rinascita. Dio ha stabilito che alla vita terrena, transitoria e imperfetta, seguisse una vita eterna in cui ogni individuo è destinato a risorgere con il proprio corpo per ricevere premi o pene, in base ai meriti acquisiti. Quanto al fuoco eterno destinato ai dannati, Tertulliano spiega che esso è profondamente diverso da quello terrestre: non consuma ciò che arde, ma lo ripara, come il fuoco dei fulmini e delle eruzioni vulcaniche.
  • CAPITOLO 50: Tertulliano difende l’atteggiamento dei martiri cristiani, spesso accusati di essere disperati o folli per il fatto di affrontare con gioia persecuzioni e morte, in nome della loro fede in Cristo. Egli richiama gli esempi degli eroi dell’antichità, come Mucio Scevola e Attilio Regolo, celebrati per il loro coraggio nel sopportare atroci sofferenze, e si chiede perché lo stesso comportamento, quando manifestato dai cristiani, debba essere giudicato irrazionale. Concludendo, lo scrittore sfida apertamente i persecutori, affermando che le loro condanne e torture non faranno altro che rafforzare la comunità cristiana. “Il nostro sangue è seme” proclama, sottolineando come il sacrificio dei martiri susciti ammirazione e curiosità in chi li osserva, portandolo alla conversione.

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