GIUSEPPE PARINI – “Odi”, “La salubrità dell’aria”

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura italiana
CORRENTE: Neoclassicismo
AUTORE: Giuseppe Parini
OPERA: “Odi
GENERE DELL’OPERA: Raccolta di liriche
DATA DELL’OPERA: 1791 (I edizione) e 1795 (II edizione)
COMPONIMENTO: “La salubrità dell’aria”
GENERE DEL COMPONIMENTO: Sestine di settenari
DATA DEL COMPONIMENTO: 1759

TESTO

Oh beato terreno
del vago Eupili mio,
ecco al fin nel tuo seno
m’accogli; e del natìo
aere mi circondi;

e il petto avido inondi.
Già nel polmon capace
urta sé stesso e scende
quest’etere vivace,
che gli egri spirti accende,

e le forze rintegra,
e l’animo rallegra.
Però ch’austro scortese
qui suoi vapor non mena:
e guarda il bel paese

alta di monti schiena,
cui sormontar non vale
borea con rigid’ale.
Né quì giaccion paludi,
che dall’impuro letto

mandino a i capi ignudi
nuvol di morbi infetto:
e il meriggio a’ bei colli
asciuga i dorsi molli.
Pera colui che primo

a le triste ozïose
acque e al fetido limo
la mia cittade espose;
e per lucro ebbe a vile
la salute civile.

Certo colui del fiume
di Stige ora s’impaccia
tra l’orribil bitume,
onde alzando la faccia
bestemmia il fango e l’acque,

che radunar gli piacque.
Mira dipinti in viso
di mortali pallori
entro al mal nato riso
i languenti cultori;

e trema o cittadino,
che a te il soffri vicino.
Io de’ miei colli ameni
nel bel clima innocente
passerò i dì sereni

tra la beata gente,
che di fatiche onusta
è vegeta e robusta.
Qui con la mente sgombra,
di pure linfe asterso,

sotto ad una fresc’ombra
celebrerò col verso
i villan vispi e sciolti
sparsi per li ricolti;
E i membri non mai stanchi

dietro al crescente pane;
e i baldanzosi fianchi
de le ardite villane;
e il bel volto giocondo
fra il bruno e il rubicondo,

dicendo: Oh fortunate
genti, che in dolci tempre
quest’aura respirate
rotta e purgata sempre
da venti fuggitivi

e da limpidi rivi.
Ben larga ancor natura
fu a la città superba
di cielo e d’aria pura:
ma chi i bei doni or serba

fra il lusso e l’avarizia
e la stolta pigrizia?
Ahi non bastò che intorno
putridi stagni avesse;
anzi a turbarne il giorno

sotto a le mura stesse
trasse gli scelerati
rivi a marcir su i prati
E la comun salute
sagrificossi al pasto

d’ambizïose mute,
che poi con crudo fasto
calchin per l’ampie strade
il popolo che cade.
A voi il timo e il croco

e la menta selvaggia
l’aere per ogni loco
de’ varj atomi irraggia,
che con soavi e cari
sensi pungon le nari.

Ma al piè de’ gran palagi
là il fimo alto fermenta;
e di sali malvagi
ammorba l’aria lenta,
che a stagnar si rimase

tra le sublimi case.
Quivi i lari plebei
da le spregiate crete
d’umor fracidi e rei
versan fonti indiscrete;

onde il vapor s’aggira;
e col fiato s’inspira.
Spenti animai, ridotti
per le frequenti vie,
de gli aliti corrotti

empion l’estivo die:
spettacolo deforme
del cittadin su l’orme!
Né a pena cadde il sole
che vaganti latrine

con spalancate gole
lustran ogni confine
de la città, che desta
beve l’aura molesta.
Gridan le leggi è vero;

e Temi bieco guata:
ma sol di sé pensiero
ha l’inerzia privata.
Stolto! E mirar non vuoi
ne’ comun danni i tuoi?

Ma dove ahi corro e vago
lontano da le belle
colline e dal bel lago
e dalle villanelle,
a cui sì vivo e schietto

aere ondeggiar fa il petto?
Va per negletta via
ognor l’util cercando
la calda fantasìa,
che sol felice è quando

l’utile unir può al vanto
di lusinghevol canto.

RIASSUNTO

Il poeta torna nella sua città natale, Bosisio, sulle rive del lago di Pusiano in Brianza, e celebra l’aria salubre e rigenerante di quei luoghi, la dolcezza del clima, la purezza delle acque lacustri, e la rugiada che al mattino ricopre i pendii delle colline.

Con il pensiero torna a Milano e scaglia un’invettiva contro coloro che, per brama di profitto, hanno esposto la città alle acque stagnanti, al fango maleodorante e alle esalazioni malariche delle risaie e delle marcite (terreni costantemente irrigati per la coltivazione di foraggio), trascurando il benessere della collettività.

Il poeta esprime la sua felicità nel trascorrere i giorni tra la gente semplice della Brianza, che, sebbene condannata a una vita di fatica, è sana e vigorosa. Nei suoi versi, loda i corpi robusti e i volti coloriti dei contadini, dediti con inesauribile energia alla coltivazione del grano.

La natura ha offerto a questa terra un clima favorevole, aria pura e limpidi ruscelli, ma anche a Milano aveva donato un cielo limpido e un’aria salubre, che tuttavia i suoi cittadini non si preoccupano più di preservare, dediti come sono al lusso, all’avidità e all’indolenza. La superba Milano ha sacrificato la salute pubblica alla coltivazione di foraggio destinato all’allevamento di cavalli di razza, che trainano le sontuose carrozze nobiliari finendo per calpestare crudelmente i pedoni delle classi più umili.

L’aria di Brianza, odorosa di timo, zafferano e menta selvatica, inebria dolcemente i sensi. Al contrario, le case di Milano sono infestate dal fetore del letame che fermenta ai piedi dei palazzi; per le strade affollate, i popolani svuotano i vasi da notte e abbandonano le carcasse degli animali morti, che in estate diffondono un insopportabile odore di putrefazione. Come se non bastasse, i carri dell’immondizia percorrono le strade con i coperchi aperti al calare della sera, costringendo i cittadini a respirare l’aria infetta.

Sebbene le leggi vietino queste pratiche, gli stolti Milanesi le ignorano, inseguendo il proprio interesse senza rendersi conto che il danno collettivo è anche un danno individuale. Nell’ultima strofa, Parini si rimprovera per essersi allontanato dalle amate colline, dal lago e dalle semplici contadine brianzole. Tuttavia, non può fare a meno di seguire la sua ispirazione, che trova appagamento solo quando l’utilità sociale si unisce alla bellezza dei versi.

PERCORSI INTERDISCIPLINARI

  • UOMO E AMBIENTE – Inquinamento e degrado ambientale
  • UOMO E AMBIENTE – Natura come consolazione e rifugio dell’anima