PUBLIO CORNELIO TACITO – “Historiae”, Libro IV, Capitoli 14 e 17

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età dei Flavi e di Nerva e Traiano
AUTORE: Publio Cornelio Tacito
OPERA: “Historiae
GENERE: Trattato storiografico
DATA: 105 d.C. circa
BRANO: Libro IV, Capitoli 14 e 17

TESTO

CAPITOLO 14

1. Igitur Civilis desciscendi certus, occultato interim altiore consilio, cetera ex eventu iudicaturus, novare res hoc modo coepit. Iussu Vitellii Batavorum iuventus ad dilectum vocabatur, quem suapte natura gravem onerabant ministri avaritia ac luxu, senes aut invalidos conquirendo, quos pretio dimitterent: rursus impubes et forma conspicui (et est plerisque procera pueritia) ad stuprum trahebantur. 2. Hinc invidia, et compositae seditionis auctores perpulere ut dilectum abnuerent. Civilis primores gentis et promptissimos vulgi specie epularum sacrum in nemus vocatos, ubi nocte ac laetitia incaluisse videt, a laude gloriaque gentis orsus iniurias et raptus et cetera servitii mala enumerat: neque enim societatem, ut olim, sed tamquam mancipia haberi: 3. quando legatum, gravi quidem comitatu et superbo, cum imperio venire? Tradi se praefectis centurionibusque: quos ubi spoliis et sanguine expleverint, mutari, exquirique novos sinus et varia praedandi vocabula. Instare dilectum quo liberi a parentibus, fratres a fratribus velut supremum dividantur. 4. Numquam magis adflictam rem Romanam nec aliud in hibernis quam praedam et senes: attollerent tantum oculos et inania legionum nomina ne pavescerent. At sibi robur peditum equitumque, consanguineos Germanos, Gallias idem cupientis. Ne Romanis quidem ingratum id bellum, cuius ambiguam fortunam Vespasiano imputaturos: victoriae rationem non reddi.

CAPITOLO 17

2. […] simul secretis sermonibus admonebat malorum, quae tot annis perpessi miseram servitutem falso pacem vocarent. Batavos, quamquam tributorum expertis, arma contra communis dominos cepisse; prima acie fusum victumque Romanum. Quid si Galliae iugum exuant? quantum in Italia reliquum? provinciarum sanguine provincias vinci. 3. Ne Vindicis aciem cogitarent: Batavo equite protritos Aeduos Arvernosque; fuisse inter Verginii auxilia Belgas, vereque reputantibus Galliam suismet viribus concidisse. Nunc easdem omnium partis, addito si quid militaris disciplinae in castris Romanorum viguerit; esse secum veteranas cohortis, quibus nuper Othonis legiones procubuerint. 4. Servirent Syria Asiaque et suetus regibus Oriens: multos adhuc in Gallia vivere ante tributa genitos. Nuper certe caeso Quintilio Varo pulsam e Germania servitutem, nec Vitellium principem sed Caesarem Augustum bello provocatum. 5. Libertatem natura etiam mutis animalibus datam, virtutem proprium hominum bonum; deos fortioribus adesse: proinde arriperent vacui occupatos, integri fessos. Dum alii Vespasianum, alii Vitellium foveant, patere locum adversus utrumque. 6. Sic in Gallias Germaniasque intentus, si destinata provenissent, validissimarum ditissimarumque nationum regno imminebat.

TRADUZIONE

CAPITOLO 14

1. Civile, dunque, deciso alla rivolta, nascosto provvisoriamente il suo segreto disegno e intenzionato a giudicare il resto sulla base degli eventi, cominciò a pianificare le cose in questo modo. Per ordine di Vitellio venivano arruolati i giovani Batavi, operazione resa ancora più onerosa dalla rapacità e dalla corruzione dei funzionari, che reclutavano vecchi e invalidi, per poi esonerarli dietro pagamento; inoltre i giovani di bell’aspetto (e sono quasi tutti aitanti fin da ragazzi) erano usati a scopi libidinosi. 2. Di qui il risentimento, e gli organizzatori della rivolta concertata li istigarono a rifiutare la leva. Civile, radunati i capi tribù e i più audaci del popolo in un bosco sacro col pretesto di un banchetto, quando li vide eccitati dalla notte e dall’allegria, dopo aver cominciato dalla lode e dalla gloria del popolo, enumerò le ingiustizie, le ruberie e degli altri mali della servitù: infatti non più da alleati, come un tempo, ma come schiavi erano considerati. 3. Quando veniva tra loro il governatore con la sua autorità sovrana, sia pure col suo seguito costoso e superbo? Erano abbandonati a prefetti e centurioni, e quando questi si saziavano di bottino e di sangue, venivano cambiati, e si cercavano nuove borse da riempire e nomi diversi per il rubare. Ora li incalzava il servizio militare, che divideva, come l’strema dipartita, i figli dai genitori, i fratelli dai fratelli. 4. Mai la sorte di Roma era stata più miserabile e nei campi invernali non vi era altro che bottino e vecchi: Levassero soltanto lo sguardo e non avessero paura delle legioni, parola ormai vana. Per parte loro avevano la forza dei fanti e dei cavalieri, i Germani fratelli e i Galli che condividevano gli stessi desideri. Neppure ai Romani era sgradita quella guerra: avrebbero imputato a Vespasiano la sorte ambigua; della vittoria non si deve rendere conto a nessuno.

CAPITOLO 17

2. […] Contemporaneamente, in colloqui segreti, ricordava i mali che per tanti anni avevano patito in uno stato di miserabile schiavitù, che falsamente chiamavano pace. I Batavi, benché esenti da tributi, avevano preso le armi contro i comuni padroni; al primo scontro, avevano disperso e vinto i Romani. Che sarebbe successo se le Gallie avessero scosso il giogo? Quante forze sarebbero rimaste in Italia? Le province venivano domate col sangue delle province. 3. Non pensassero al combattimento di Vindice: gli Edui e gli Arverni erano stati travolti dalla cavalleria batava e tra le truppe ausiliarie di Virginio c’erano i Belgi e, a ben guardare, la Gallia era caduta per opera delle sue proprie forze. Ora tutti erano dalla stessa parte, con l’aggiunta della disciplina militare che vigeva nei campi romani. Avevano con sé le coorti veterane, a cui recente avevano ceduto le legioni di Otone. 4. Rimanessero schiave la Siria, l’Asia e l’Oriente abituato al potere dei re: in Gallia vivevano ancora molte persone nate prima dei tributi. Da poco tempo, con la sconfitta di Quintilio Varo, la servitù era stata espulsa dalla Germania e non un Vitellio principe, ma Cesare Augusto era stato provocato a battaglia. 5. La natura ha donato la libertà anche agli animali privi di parola, ma il valore è un bene distintivo dell’uomo, e gli dèi assistono i più valorosi. Assalissero, dunque, liberi e sani i Romani affannati e stanchi. Mentre alcuni appoggiavano Vespasiano e altri Vitellio, era aperta la strada contro entrambi. Così, con gli occhi rivolti alle Gallie e alle Germanie, Civile si accingeva a regnare su quelle genti validissime e ricchissime, se i suoi disegni fossero riusciti.

RIASSUNTO

Tacito descrive la rivolta della tribù germanica dei Batavi avvenuta nel il 69 d.C., il cosiddetto “anno dei quattro imperatori”, quando si avvicendarono alla guida dell’impero Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.

La rivolta fu capeggiata da GIULIO CIVILE, un militare batavo naturalizzato romano, e mise in grande difficoltà il governo di Roma.

CAPITOLO 14

In questo capitolo è riportato il discorso di Giulio Civile ai capi della sua tribù, volto a istigarli alla rivolta.

Civile sfrutta il malcontento e il risentimento serpeggiante nel suo popolo, soprattutto a causa dell’arruolamento forzato imposto da Vitellio, reso particolarmente gravoso dalla corruzione dei funzionari romani, che reclutavano vecchi e invalidi per poi esonerarli dietro pagamento e approfittavano dei giovani di bell’aspetto per soddisfare i propri desideri lascivi.

Civile raduna i capi tribù e i più coraggiosi in un bosco sacro con il pretesto di un banchetto e, approfittando dell’euforia generale, denuncia le ingiustizie subite dal suo popolo. Sottolinea come non vengano più trattati da alleati, ma da schiavi, lasciati alla mercé di prefetti e centurioni corrotti, che si arricchiscono attraverso ruberie e soprusi. A ciò si aggiunge il peso opprimente della leva militare, che infligge alle famiglie lo strazio della separazione dei figli dai genitori e dei fratelli dai fratelli.

È il momento giusto per ribellarsi, considerando la fragile situazione politica di Roma, con un potere centrale indebolito e accampamenti invernali popolati solo da bottino e soldati anziani. I Batavi sono sicuramente in una posizione di vantaggio perché, a differenza di Roma, possono contare sulla propria fanteria e cavalleria, oltre al sostegno degli altri Germani e dei Galli. Inoltre, a Roma, non mancano coloro che sarebbero pronti a sostenere la rivolta, approfittando dei contrasti tra Vitellio e Vespasiano.

CAPITOLO 17

Mentre si estende la ribellione delle tribù germaniche, che inviano ambasciatori per offrire aiuto ai ribelli, Giulio Civile cerca di stringere alleanze con i Galli. Per persuaderli, insiste sul fatto che la pace imposta da Roma è in realtà una forma di schiavitù. Se persino i Batavi, che non sono soggetti al pagamento dei tributi, hanno avuto motivo di ribellarsi, a maggior ragione dovrebbero farlo i Galli, oppressi dal peso fiscale dell’Impero.

Civile, inoltre, sottolinea un punto di debolezza dell’esercito romano: una rivolta su vasta scala delle province infliggerebbe un colpo devastante alla potenza militare di Roma, poiché il suo esercito è composto in gran parte da soldati provinciali.

Civile prosegue la sua argomentazione per convincere i Galli alla rivolta anticipando e smontando possibili obiezioni. Riferendosi alla ribellione del 68 d.C., guidata da Giulio Vindice e repressa nel sangue dai Romani, fa notare che quella sconfitta era stata possibile solo perché truppe galliche e germaniche avevano combattuto al fianco di Roma. Se Galli e Germani si unissero compatti contro l’Impero, l’esito sarebbe di certo diverso, soprattutto considerando l’esperienza militare acquisita dai barbari dopo anni di servizio nelle legioni romane.

Civile esalta lo spirito di libertà innato nei Germani, contrapponendolo all’inclinazione alla servitus tipica delle popolazioni orientali. Ricorda inoltre la storica vittoria di Teutoburgo, in cui i Germani sconfissero i Romani, e identifica nella libertas e nella virtus le forze che animano il suo popolo, protetto dagli dèi.

Il discorso si chiude con un ultimo, accorato appello alla rivolta, resa ancor più favorevole dalle lotte intestine tra Vitellio e Vespasiano che hanno indebolito Roma. Tacito svela infine il vero disegno nascosto dietro le parole di Civile: non solo liberare la Gallia e la Germania dal giogo romano, ma farsi re di quei territori dopo averli emancipati.

PERCORSI INTERDISCIPLINARI