DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età tardoantica – Letteratura profana
AUTORE: Claudio Rutilio Namaziano
OPERA: “De reditu suo”
GENERE: Poema odoeporico (diario di viaggio)
DATA: 415 d.C. (terminus post quem)
BRANO: Libro I, versi 383-398
TESTO
Namque loci querulus curam Iudaeus agebat,
humanis animal dissociale cibis.
Vexatos frutices, pulsatas imputat algas
damnaque libatae grandia clamat aquae.
Reddimus obscenae convicia debita genti,
quae genitale caput propudiosa metit,
radix stultitiae, cui frigida sabbata cordi
sed cor frigidius religione sua.
Septima quaeque dies turpi damnata veterno,
tamquam lassati mollis imago dei.
Cetera mendacis deliramenta catastae
nec pueros omnes credere posse reor.
Atque utinam numquam Iudaea subacta fuisset
Pompeii bellis imperioque Titi!
Latius excisae pestis contagia serpunt
victoresque suos natio victa premit.
TRADUZIONE
E infatti aveva in consegna quel luogo un Giudeo lagnoso,
una bestia ostile al cibo degli uomini.
Ci accusa di cespugli spezzati, di alghe calpestate
e ci chiede i danni per aver sfiorato l’acqua.
Gli restituiamo gli insulti dovuti a quella razza oscena
che svergognata falcia il prepuzio:
radice di stoltezza, cui stanno a cuore i sabati freddi,
ma il cuore è più freddo della loro religione.
Ogni settimo giorno è condannato al turpe ozio,
come immagine molle del loro dio stanco.
Gli altri deliri di un palco mendace
penso che neppure i bambini potrebbero crederli.
Oh se la Giudea non fosse mai stata sottomessa
dalle guerre di Pompeo e dall’impero di Tito!
Più in largo ora serpeggia il contagio della peste recisa
e la razza vinta opprime i suoi vincitori.
RIASSUNTO
La feroce invettiva contro gli Ebrei, contenuta nei versi 383-398 del poemetto, prende spunto dall’incontro con uno scortese giudeo, avvenuto nel corso di una sosta di viaggio a Falesia (Piombino).
Rutilio si addentra in un boschetto privato e, mentre si bea dello spettacolo dei pesci che guizzano in uno stagno, viene aggredito verbalmente dal proprietario della tenuta, un “quaerolus Iudaeus” (“un Giudeo lagnoso”), che accusa lui e i suoi compagni di aver pestato gli arbusti, calpestato le alghe e bevuto dell’acqua.
La reazione di Rutilio è spropositata: “Gli restituiamo gli insulti dovuti a quella razza oscena” (Reddimus obscenae convicia debita genti). Nella sua furia, emergono gli stereotipi antisemiti tipici della tradizione romana. Rutilio elenca le presunte bizzarrie degli Ebrei: la circoncisione, la pigrizia insita nel riposo sabbatico, la fede in un Dio stanco che ha bisogno di riposarsi ogni sette giorni.
Nel brano gli Ebrei vengono tacciati di essere animali asociali per la loro abitudini alimentari, ma questa asocialità è per Rutilio ben più grave, poiché si estende al rifiuto delle istituzioni imperiali, della partecipazione politica attiva e del politeismo, che un esponente del ceto senatorio, pagano e tradizionalista, non poteva davvero tollerare.
Il poeta conclude l’invettiva esprimendo rammarico per le campagne di Pompeo e Tito, che avevano condotto alla sottomissione della Giudea. Da quell’infausto momento, infatti, aveva avuto inizio il contagio della peste ebraica e la razza dei Giudei, benché vinta, aveva finito per schiacciare il popolo dei vincitori (“victoresque suos natio victa premit“).
PERCORSI INTERDISCIPLINARI
- DIRITTI – Articolo 2, “Dichiarazione universale dei diritti umani”: a ogni individuo spettano tutti i diritti e libertà senza distinzione di razza
“De reditu suo”, Libro I, versi 383-398: Gli Ebrei, radice di stoltezza - DIVERSITÀ – La negazione del diverso: il razzismo
“De reditu suo”, Libro I, versi 383-398: Gli Ebrei, radice di stoltezza