DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura italiana
AUTORE: Dante Alighieri
OPERA: “Divina Commedia”
GENERE DELL’OPERA: Poema allegorico-didascalico
DATA DELL’OPERA: 1307-1321
COMPONIMENTO: “Inferno”, Canto XXVI
TESTO (STRALCI)
VERSI 76-142
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
“O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi”.
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: “Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,
acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”.
RIASSUNTO
All’inizio di questo canto Dante e Virgilio si trovano ancora nella settima Bolgia dell’ottavo Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i ladri.
Il canto si apre con una dura invettiva contro Firenze: la città può davvero vantarsi della sua fama, diffusa ovunque, persino all’Inferno, dove Dante ha incontrato cinque ladri fiorentini che lo riempiono di vergogna e disonorano la sua patria. Se, come si dice, i sogni del mattino sono veritieri, Firenze subirà presto la punizione che Prato, e altre grandi città vicine, le augurano. Il poeta spera che ciò avvenga presto, perché quanto più andrà avanti con gli anni, tanto più il castigo peserà sul suo animo.
Dante e Virgilio risalgono la scalinata rocciosa naturale che li aveva condotti alla settima bolgia e, aiutandosi con le mani, percorrono un sentiero ripido. Raggiunta la sommità del ponte, Dante si affaccia, ed è costretto a tenere a freno il suo ingegno più di quanto sia solito fare, per non lasciarlo agire senza il controllo della virtù e per non privarsi così del bene che l’influsso delle stelle e la grazia divina gli hanno concesso.
Come un contadino che in estate, al calar della sera, riposandosi sulla collina osserva le lucciole che illuminano la valle sottostante, così Dante vede, sul fondo dell’ottava bolgia, numerose piccole fiamme. E come il profeta Eliseo vide il carro di fuoco rapire Elia, scorgendo soltanto una fiamma che saliva veloce in cielo, simile a una nuvola, così il poeta scorge solo le fiamme muoversi nella fossa, senza vederne il contenuto. Dante, protendendosi per osservare meglio, rischierebbe di cadere se non si aggrappasse a una sporgenza della roccia. Virgilio, notando la sua attenzione, gli spiega che ogni peccatore in quella bolgia (si tratta dei consiglieri fraudolenti) è come avvolto dalla fiamma che la consuma.
Dante nota un fuoco che, sulla sommità, si divide in due punte, simile al rogo funebre dei fratelli mitologici Eteocle e Polinice, e chiede chi vi sia all’interno. Virgilio spiega che quella fiamma racchiude ULISSE e DIOMEDE, condannati a scontare insieme la pena divina, così come insieme peccarono contro l’ira di Dio. I due eroi sono puniti per tre inganni: quello del cavallo di Troia, che causò l’apertura delle porte della città da cui fuggì Enea, nobile progenitore dei Romani; l’astuto smascheramento di Achille, nascosto dalla madre Teti tra le fanciulle della reggia in abiti femminili per sottrarlo alla guerra di Troia; il furto della statua di Pallade Atena custodita nella rocca di Troia. Dante chiede se i dannati possano parlare e prega Virgilio di far avvicinare la duplice fiamma, desideroso di conversare con Ulisse. Virgilio giudica lodevole il suo desiderio ma lo invita a tacere, lasciando a lui l’iniziativa di parlare poiché i due, essendo greci, hanno indole altera e potrebbero rifiutarsi di rispondergli.
Quando la fiamma si avvicina abbastanza, Virgilio si rivolge ai due dannati che vi sono racchiusi, facendo appello ai meriti che forse ha acquisito nei loro confronti componendo i sublimi versi dell’”Eneide”, in particolare quelli del secondo libro, dedicato alla caduta di Troia. Prega quindi uno di loro di raccontare le circostanze della propria morte. La punta più alta della fiamma comincia a muoversi, ondeggiando come agitata dal vento; poi, assumendo i movimenti di una lingua che parla, emette una voce.
È Ulisse a rispondere. Racconta di non essere mai tornato in patria: infatti, dopo la separazione da Circe che lo aveva trattenuto più di un anno a Gaeta, né l’affetto per il figlio, né la devozione verso il padre anziano, né l’amore per la moglie riuscirono a frenare in lui l’ardente desiderio di conoscere il mondo e l’indole degli uomini, nei vizi come nelle virtù. Aveva quindi proseguito la navigazione con una sola imbarcazione e con pochi compagni, dirigendosi verso il Mediterraneo occidentale. Avevano costeggiato la Spagna, la Sardegna e il Marocco, fino a giungere, ormai vecchi, allo stretto di Gibilterra, dove Ercole aveva posto le sue colonne come monito perché l’uomo non osasse oltrepassarle.
Ulisse si era rivolto ai compagni esortandoli a non negare al poco tempo di vita che ancora restava loro l’esperienza di esplorare il mondo che si estende oltre il Sole, al di là dell’orizzonte, nell’emisfero australe interamente occupato dalle acque e disabitato. Li aveva invitati a considerare la propria origine, ricordando loro che erano stati creati per seguire virtù e conoscenza, non per vivere come bestie.
Il breve discorso aveva acceso nei compagni un desiderio così intenso di proseguire che a stento Ulisse avrebbe potuto trattenerli. Rivolta la prua verso occidente, i remi diventarono le ali di quel folle viaggio, sempre inclinando la rotta a sud-ovest. La notte mostrava ormai le costellazioni del polo antartico, mentre quelle del polo settentrionale erano così basse sull’orizzonte da non essere quasi più visibili. La faccia inferiore della luna si era accesa e oscurata per cinque volte (erano dunque trascorsi cinque mesi dall’inizio del viaggio) quando apparve loro una montagna (il Purgatorio), scura per la lontananza e più alta di qualunque altra avessero mai visto. In un primo momento se ne rallegrarono, ma presto la gioia si mutò in pianto: da quella nuova terra si levò un turbine che investì la prua della nave, facendola ruotare tre volte su sé stessa; alla quarta la poppa fu sollevata in alto e la prua inabissata, finché il mare si richiuse sopra Ulisse e i suoi compagni.
PERCORSI INTERDISCIPLINARI
- VIAGGIO – Il viaggio come scoperta dell’altrove e dell’ignoto
“Divina Commedia”, “Inferno”, Canto XXVI: L’ultimo viaggio di Ulisse