DECIMO GIUNIO GIOVENALE – “Saturae”, Satira III, versi 190-301: Roma, città invivibile

PERCORSI INTERDISCIPLINARI

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età dei Flavi e di Nerva e Traiano
AUTORE: Decimo Giunio Giovenale
OPERA: “Saturae
GENERE: Raccolta di satire
DATA: 101-127 d.C.
BRANO: Satira III, , versi 190-301
ARGOMENTO: Roma, città invivibile

TESTO DEL COLLEGAMENTO

Nella terza satira di Giovenale, Roma è descritta come la saeva urbs, la città crudele, tentacolare e mostruosa. È la stessa Roma che turba anche i sogni di Marziale, con i suoi odori grevi, il suo insopportabile frastuono, la decadenza degli edifici e la corruzione morale dei cittadini.

Durante l’epoca imperiale Roma raggiunse una popolazione di circa un milione di abitanti, un numero straordinario per l’antichità. L’alta densità abitativa e la scarsa pianificazione urbanistica portarono a un progressivo deterioramento della città, rendendola sempre più caotica e invivibile.

Nella terza satira, attraverso l’amaro addio di Umbricio, ormai deciso ad abbandonare Roma per ritirarsi nella solitaria Cuma, Giovenale dipinge un quadro lucido e impietoso del degrado della capitale.

A Roma, la vita si consuma tra pericoli incessanti.

Le abitazioni si reggono su fragili puntelli e soluzioni di fortuna, mentre gli amministratori, anziché affrontare i problemi alla radice, si limitano a coprire le crepe con rattoppi provvisori. Così, ogni notte, la minaccia di un crollo incombe sulle teste dei cittadini.

Ma non sono solo i crolli a rendere insicura la vita nella capitale: gli incendi divampano con altrettanta frequenza, riducendo in cenere interi quartieri. I più poveri non hanno scampo, perdono tutto, persino la vita, senza che nessuno si curi di loro. Se invece a bruciare è la dimora di un ricco, la città intera si mobilita: senatori e pretori sospendono le udienze, le donazioni si riversano copiose e la ricostruzione inizia immediatamente. Non di rado, però, si sospetta che dietro quelle fiamme ci sia la mano dello stesso proprietario, pronto a sacrificare la propria casa per ottenerne una ancora più sfarzosa.

Nella capitale si muore di sfinimento: il sonno è un lusso negato dal frastuono incessante dei carri che sferragliano sulle strade sconnesse, dal mugghiare delle mandrie, dal vociare ininterrotto della folla che non conosce riposo.

Eppure, i ricchi restano immuni a questo tumulto: viaggiano nelle loro lettighe, protetti da pesanti tende che li isolano dalla miseria circostante. Leggono, scrivono, persino dormono, mentre intorno a loro la città ribolle nel disordine. Nel frattempo, sulle strade congestionate, enormi tronchi di abete e pino oscillano pericolosamente sui carri, mentre massi di marmo ligure, mal fissati ai rimorchi, minacciano di precipitare sulla folla, provocando distruzione e morte.

Decadenza delle infrastrutture urbane, condizioni igieniche precarie, inquinamento acustico e atmosferico: Roma non è più la grande capitale di un tempo, ma un luogo soffocato dalla sua stessa grandezza, invivibile per chi non possieda ricchezze e privilegi.

Umbricio lascia Roma con il cuore pesante, ma è ormai deciso a ritirarsi in campagna dove, con la stessa somma necessaria per acquistare un misero tugurio nella capitale, ci si può permettere una dimora spaziosa, circondata da un orticello rigoglioso. Lì, senza fatica, si può attingere acqua da un piccolo pozzo per irrigare le piante e, con la zappa al fianco, ci si può dedicare con amore alla cura della terra, in pace con sé stessi e in armonia con l’ambiente.