DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età dei Flavi e di Nerva e Traiano
AUTORE: Decimo Giunio Giovenale
OPERA: “Saturae“
GENERE: Raccolta di satire
DATA: 101-127 d.C.
BRANO: Satira III
RIASSUNTO BREVE
Nella terza satira di Giovenale Roma è descritta come la saeva urbs, la città crudele, tentacolare e mostruosa. Il poeta prende spunto dalla partenza da Roma dell’amico Umbricio, che prende la parola per spiegare e giustificare la sua sofferta decisione.
Umbricio non riesce più a tollerare la città degli inganni, del caos e del disordine: un luogo dove regnano menzogna e adulazione, torbidi segreti e favori reciproci; una società che misura il valore personale in base alla ricchezza, e che deride i poveri, per i quali è impossibile sfamarsi; il regno del caos del traffico e dell’inquinamento acustico, a causa dei carri che sferragliano sulle strade, del mugghiare delle mandrie, del cigolio dei rimorchi sovraccarichi di materiali da costruzione; crolli e incendi rendono la città pericolosa, a discapito soprattutto dei poveri che perdono il poco che possiedono; la criminalità dilaga, ubriachi e briganti assaltano e derubano i malcapitati per le strade.
Una parte rilevante del discorso di Umbricio è rivolta contro gli Orientali, accusati di aver invaso Roma e di aver soppiantato i Romani “autentici”. Per Giovenale, la vita nella capitale è contaminata e profondamente degradata dalle innovazioni introdotte dai Graeculi: idiomi stranieri, costumi esotici, strumenti musicali insoliti e prostituzione. Adulatori sfacciati, abili simulatori, depravati e biechi delatori: agli Orientali vengono attribuiti tutti i mali che affliggono Roma.
RIASSUNTO
Giovenale esprime il suo turbamento per la partenza del caro amico Umbricio, pur approvando la sua scelta di stabilirsi nella solitaria Cuma. Questa località, vicina alla splendida Baia, appare al poeta come un rifugio tranquillo e sereno. In verità persino la vulcanica isola di Procida gli sembra preferibile al caotico quartiere romano della Suburra. Per lui, non esiste luogo tanto povero o desolato da non essere più sopportabile di Roma, in cui si vive con la paura costante di incendi, crolli improvvisi e mille altre insidie.
Nel lasciare Roma, con tutta la sua casa caricata su un solo carro, Umbricio si ferma presso la Porta Capena, un luogo un tempo sacro, dove, secondo la leggenda, Numa Pompilio si incontrava di notte con la ninfa Egeria. Ora, però, questo sito è occupato da una comunità di Giudei, che vivono miseramente con un cesto e del fieno, in cui conservano il cibo del sabato. Le grotte della valle di Egeria, inoltre, sono molto diverse dalle cavità naturali di un tempo. Quanto più forte sarebbe la presenza del divino in quel luogo se l’erba avesse continuato a incorniciare le acque con il suo verde rigoglioso, e se il marmo non avesse deturpato il tufo originale alterando la sacralità del paesaggio!
Ormai deciso a lasciare Roma, Umbricio pronuncia un discorso di addio in cui espone con amarezza e lucidità i motivi della sua scelta. A Roma, spiega, non c’è più spazio per il lavoro onesto: le fatiche non sono ricompensate, e ciò che possiedi oggi è sempre meno di quello che avevi ieri, fino a ridursi a nulla domani. A Roma prosperano coloro che vivono di inganni e corruzione, che sanno mascherare le proprie malefatte o, peggio, trasformarle in benefici. Ma Umbricio non sa mentire, né lodare con entusiasmo un libro mediocre; non possiede conoscenze in astrologia o divinazione e non intende abbassarsi a fare da intermediario tra un’amante e una donna sposata o farsi complice di ladri. Nella società corrotta della capitale viene stimato solo chi è capace di custodire segreti compromettenti, chi è invischiato in una rete di colpe e favori reciproci; un uomo onesto, invece, non è considerato utile, e non sarà mai ricompensato.
Roma è ormai una città profondamente ingrecata. Da tempo l’Oronte, fiume della Siria, si è simbolicamente riversato nel Tevere, portando con sé idiomi stranieri, costumi esotici, strumenti musicali inconsueti e persino donne costrette a prostituirsi nei circhi. I cittadini romani, un tempo soddisfatti dalla semplicità, ora bramano cortigiane straniere adornate d’oro e di copricapi sgargianti. Persino i contadini, una volta emblema di una tradizione austera, indossano scarpine e medagliette. Lasciate le loro terre d’origine, i Greci si sono stabiliti nei quartieri di Roma, come l’Esquilino, diventando l’anima pulsante delle grandi casate. Con la loro straordinaria intelligenza, un’audacia sfrontata e una parlantina inesauribile, sono irresistibili per i ricchi romani. Si presentano come esperti in ogni arte e mestiere: grammatici, retori, pittori, geometri, medici, auguri, funamboli e maghi. Ma è nella capacità di adulazione che eccellono: sono pronti a lodare le parole di un ignorante, a esaltare il volto deforme di un patrono e a celebrare una voce più stridula di quella di un gallo. Nell’arte della simulazione, nessuno può competere con loro: ridono più forte se qualcuno ride, versano lacrime senza provare dolore se vedono un amico piangere; se il loro interlocutore ha freddo, si coprono con una pelliccia; se lamenta il caldo, iniziano a sudare. Con la loro abilità camaleontica, riescono a celebrare persino i gesti più insignificanti di un potente, ottenendo così tutto ciò che desiderano. Come se non bastasse, non hanno alcun rispetto per ciò che è sacro: nulla sfugge alla loro bramosia sfrenata, né la madre di famiglia, né la figlia vergine; né il giovane amante, né il figlio innocente; e se non trovano altro, non esitano a rivolgere le loro attenzioni persino alla nonna. Infine sono maestri di intrighi e tradimenti: basta una loro parola, un sussurro velenoso, per distruggere anni di fiducia.
A Roma, la condizione di un uomo è determinata esclusivamente dalla quantità di denaro che possiede: il rispetto e il merito che gli vengono attribuiti non dipendono dal suo valore personale. La povertà, più di ogni altra cosa, rende l’uomo bersaglio di derisione: un mantello logoro, una toga sdrucita, una scarpa malconcia con i bordi ricuciti sono motivo di scherno e di grasse risate. Le leggi stesse sanciscono questa ingiustizia: i cavalieri devono soddisfare requisiti di censo per accedere ai loro seggi, mentre i figli di ruffiani, gladiatori o maestri d’armi trovano facilmente accoglienza. In questa società, nessuno accetterebbe un genero privo di dote, né nominerebbe erede un uomo senza patrimonio. La vita a Roma, per chi vive nella miseria, è insostenibile: mantenere una casa, nutrire dei servi o anche solo procurarsi un pasto decente costa cifre esorbitanti. Persino ottenere un saluto da un potente o attirare l’attenzione di un uomo influente richiede il pagamento di somme considerevoli. Il contrasto con la vita semplice delle campagne è evidente. In gran parte d’Italia, la toga viene indossata solo in occasione dei funerali. Durante le festività celebrate nei teatri di campagna, gli edili si distinguono semplicemente per una tunica bianca. A Roma, invece, tutto ruota intorno all’eleganza dell’abbigliamento e all’apparenza.
Nella capitale, inoltre, la vita si consuma tra pericoli incessanti, in contrasto con la quiete che avvolge le colline circostanti. In città come Preneste, Bolsena o Gabi, i crolli non sono una minaccia quotidiana, mentre nella capitale tutto sembra reggersi su puntelli precari e soluzioni di fortuna. Gli amministratori si affrettano a mascherare le crepe con rattoppi temporanei, assicurando ai cittadini che possono dormire tranquilli, mentre ogni notte la minaccia di un disastro incombe sopra le loro teste.
Non è solo il rischio dei crolli a turbare le notti romane, gli incendi sono altrettanto temibili. Ucalegonte, pover’uomo, implora acqua mentre tenta di salvare i suoi miseri averi, mentre le fiamme già divorano il terzo piano della sua casa; lui che vive ai piani più alti, con nient’altro che le tegole come riparo, può forse guadagnare qualche minuto in più, ma non abbastanza per sfuggire al fuoco. Anche Cordo, con il suo letto troppo piccolo per lui e sua moglie, qualche orciolo sul tavolino e una cesta di libri greci consumati dai topi, ha perso tutto; e nessuno si è fatto avanti per offrirgli un riparo o un pezzo di pane. Se invece è la casa di un ricco come Asturico a crollare, la città intera si ferma. Senatori e pretori sospendono le udienze, e una pioggia di donazioni si riversa per ricostruire ciò che è stato distrutto. Non di rado, però, si mormora che il proprietario stesso abbia appiccato il fuoco, magari per ottenere una casa ancora più sfarzosa.
Eppure, lontano da Roma, la vita potrebbe essere diversa. Con il denaro che si spende in un anno per un misero tugurio nella capitale, si potrebbe acquistare una casa confortevole a Sora, Fabrateria o Frosinone, completa di orto e pozzo. Qui, il lavoro della terra e i frutti del proprio orto garantirebbero una vita serena, con pasti abbondanti. A Roma, invece, si muore di sfinimento: per la mancanza di sonno, per il cibo mal digerito che brucia nello stomaco, per il frastuono incessante dei carri che sferragliano sulle strade tortuose e per il mugghiare delle mandrie che toglie il sonno anche ai più resistenti. I ricchi, però, si muovono al riparo nelle loro lettighe, schermati da tende che li isolano dal tumulto. Viaggiano indisturbati: leggono, scrivono o persino dormono, mentre la città intorno a loro ribolle nel caos.
Umbricio, per rendere l’idea, descrive vividi quadri di vita urbana: una sorta di picnic cittadino, in cui i membri di un collegio si muovono concitati, ciascuno con il proprio fornello, mentre i servi si affannano a trasportare cesti pieni di provviste, enormi vasi e una miriade di utensili per attizzare il fuoco e cuocere le pietanze. Intanto, per le strade, tronchi giganteschi di abete e pino oscillano precariamente sui carri, e massi di marmo ligure, instabili sui rimorchi, minacciano di rovesciarsi sulla folla, rischiando di provocare strazi e devastazioni.
Non meno numerosi sono i pericoli della notte: tegole che si staccano dai tetti e precipitano al suolo rischiando di spaccarti il cranio, e vasi che, scagliati con violenza dalle finestre, lasciano crepe profonde sul selciato. Nella migliore delle ipotesi, sei fortunato se ti rovesciano addosso soltanto l’acqua sporca di un catino.
E poi ci sono gli ubriachi. Ce n’è sempre uno, incattivito e a caccia di una rissa. Per quanto siano arroganti e surriscaldati dal vino, però, evitano con attenzione di importunare i potenti, che girano avvolti in mantelli scarlatti, circondati da un corteo interminabile di amici e protetti da uno stuolo di servi con candelabri di bronzo. La loro preda sono i poveri, che si fanno strada al chiaro di luna reggendo una candela tremolante. È così che iniziano le “zuffe”, se così si possono definire: scontri in cui l’ubriaco colpisce e il malcapitato incassa senza reagire. Questa è la libertà dei poveri: supplicare mentre si ricevono colpi, implorare con il corpo gonfio di lividi, sperando soltanto di riuscire a tornare a casa con qualche dente ancora in bocca.
Quando le botteghe chiudono, un altro pericolo si affaccia: il bandito, pronto a derubarti di tutto e magari ad assestarti una coltellata a tradimento. I briganti, quando le paludi Pontine e le pinete di Gallinaria sono pattugliate dalle guardie armate, si riversano su Roma come se fosse una riserva di caccia. Per incarcerarli si forgiano così tante catene per i ceppi da temere che non resti più ferro a sufficienza per fabbricare aratri, zappe e altri attrezzi agricoli.
Umbricio conclude il suo discorso. Le bestie lo aspettano e il sole si avvia al tramonto. Prima di andarsene, raccomanda al poeta di pensare a lui ogni tanto e di avvertirlo se un giorno potrà tornare a Roma dalla sua Aquino. Promette che allora verrà a trovarlo da Cuma, attraversando con i suoi scarponi le gelide campagne, per ascoltare le sue satire e rendergli omaggio.
PERCORSI INTERDISCIPLINARI
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“Saturae”, Satira III, versi 60-125: Gli stranieri hanno invaso Roma - DIVERSITÀ – La negazione del diverso: la xenofobia
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