DATI GENERALI
MATERIA: Filosofia
AUTORE: Friedrich Nietzsche
OPERA: “Umano, troppo umano” (Menschliches, Allzumenschliches)
GENERE: Saggio filosofico
DATA: 1878-1879
BRANO: Aforisma 477
TESTO
Der Krieg unentbehrl ich. – Es ist eitel Schwärmerei und Schönseelenthum, von der Menschheit noch viel (oder gar: erst recht viel) zu erwarten, wenn sie verlernt hat, Kriege zu führen. Einstweilen kennen wir keine anderen Mittel, wodurch mattwerdenden Völkern jene rauhe Energie des Feldlagers, jener tiefe unpersönliche Hass, jene Mörder-Kaltblütigkeit mit gutem Gewissen, jene gemeinsame organisirende Gluth in der Vernichtung des Feindes, jene stolze Gleichgültigkeit gegen grosse Verluste, gegen das eigene Dasein und das der Befreundeten, jenes dumpfe erdbebenhafte Erschüttern der Seele ebenso stark und sicher mitgetheilt werden könnte, wie diess jeder grosse Krieg thut: von den hier hervorbrechenden Bächen und Strömen, welche freilich Steine und Unrath aller Art mit sich wälzen und die Wiesen zarter Culturen zu Grunde richten, werden nachher unter günstigen Umständen die Räderwerke in den Werkstätten des Geistes mit neuer Kraft umgedreht. Die Cultur kann die Leidenschaften, Laster und Bosheiten durchaus nicht entbehren. – Als die kaiserlich gewordenen Römer der Kriege etwas müde wurden, versuchten sie aus Thierhetzen, Gladiatorenkämpfen und Christenverfolgungen sich neue Kraft zu gewinnen. Die jetzigen Engländer, welche im Ganzen auch dem Kriege abgesagt zu haben scheinen, ergreifen ein anderes Mittel, um jene entschwindenden Kräfte neu zu erzeugen: jene gefährlichen Entdeckungsreisen, Durchschiffungen, Erkletterungen, zu wissenschaftlichen Zwecken, wie es heisst, unternommen, in Wahrheit, um überschüssige Kraft aus Abenteuern und Gefahren aller Art mit nach Hause zu bringen. Man wird noch vielerlei solche Surrogate des Krieges ausfindig machen, aber vielleicht durch sie immer mehr einsehen, dass eine solche hoch cultivirte und daher nothwendig matte Menschheit, wie die der jetzigen Europäer, nicht nur der Kriege, sondern der grössten und furchtbarsten Kriege – also zeitweiliger Rückfälle in die Barbarei – bedarf, um nicht an den Mitteln der Cultur ihre Cultur und ihr Dasein selber einzubüssen.
TRADUZIONE
La guerra è indispensabile. – È una vana fantasticheria e un sentimentalismo illusorio aspettarsi ancora molto (o addirittura: proprio molto) dall’umanità, una volta che abbia disimparato a fare la guerra. Per il momento, non conosciamo altri mezzi con cui si possa trasmettere con forza ai popoli infiacchiti quella rude energia del campo di battaglia, quell’odio profondo e impersonale, quella fredda determinazione omicida con buona coscienza, quell’ardore organizzato, quel fervore comune teso alla distruzione del nemico, quell’orgogliosa indifferenza verso le grandi perdite, verso la propria esistenza e quella delle persone care, quel sordo sconvolgimento tellurico dell’anima, come fa ogni grande guerra. Dai torrenti e fiumi che qui prorompono – che, certo, trascinano con sé pietre e detriti di ogni genere e devastano i campi delle culture delicate – trarranno poi nuova forza, in circostanze favorevoli, gli ingranaggi delle officine dello spirito.
La civiltà non può assolutamente fare a meno delle passioni, dei vizi e delle malvagità. Quando i Romani, fatto l’impero, si stancarono delle guerre, cercarono di trarre nuova energia dalle cacce alle fiere, dai combattimenti dei gladiatori e dalle persecuzioni dei cristiani. Gli inglesi di oggi, che nel complesso sembrano aver rinunciato anch’essi alla guerra, ricorrono a un altro mezzo per rigenerare quelle forze che si estinguono: quelle pericolose spedizioni di esplorazione, le traversate, le scalate, ufficialmente intraprese per scopi scientifici, ma in realtà per riportare a casa energia in eccesso derivante da avventure e pericoli di ogni sorta. Si scopriranno ancora molti altri surrogati della guerra, ma forse attraverso di essi si capirà sempre più chiaramente che un’umanità così altamente civilizzata e quindi necessariamente fiacca, come quella degli attuali europei, ha bisogno delle guerre più grandi e terribili – di ricadute temporanee nella barbarie – per non perdere la propria civiltà e la propria stessa esistenza.
RIASSUNTO
In questo aforisma Nietzsche sostiene che non ci si possa aspettare molto da un’umanità completamente priva di guerre, contrariamente a quanto comunemente si crede.
Le guerre, infatti, pur nella loro brutalità, rigenerano “la rude energia del campo di battaglia”, ovvero il coraggio, l’odio impersonale, l’impeto distruttivo ma organizzato e la capacità di affrontare grandi perdite con indifferenza. Queste caratteristiche, per quanto dure e spietate, attivano meccanismi spirituali che contribuiscono al progresso della civiltà.
Senza i conflitti, l’umanità rischierebbe di sprofondare in una crescente debolezza. Nietzsche osserva come i Romani, quando si stancarono delle guerre, abbiano cercato di sostituire quell’energia vitale con attività violente come le cacce, i combattimenti gladiatori e le persecuzioni religiose.
Allo stesso modo, gli Inglesi moderni compensano l’assenza di conflitti con esplorazioni e avventure rischiose, spesso mascherate da imprese scientifiche, ma in realtà finalizzate a recuperare vigore attraverso il pericolo.
Secondo Nietzsche, una civiltà eccessivamente raffinata e “fiacca”, come quella europea moderna, potrebbe necessitare non di semplici guerre, ma addirittura di “temporanee ricadute nella barbarie” per evitare il proprio declino e sopravvivere.
PERCORSI INTERDISCIPLINARI
- GUERRA – La guerra “giusta”
“Umano troppo umano”, Aforisma 477: La rude energia del campo di battaglia