GABRIELE D’ANNUNZIO – “Alcyone”, “La sera fiesolana”: La natura in sembianze muliebri

PERCORSI INTERDISCIPLINARI

  • UOMO E AMBIENTE – Simbiosi e fusione panica tra uomo e natura
  • DONNA – Il binomio donna-Natura

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura italiana
CORRENTE: Decadentismo
AUTORE: Gabriele D’Annunzio
OPERA: “Alcyone
GENERE DELL’OPERA: Raccolta di liriche
DATA DELL’OPERA: 1903
COMPONIMENTO: “La sera fiesolana
GENERE DEL COMPONIMENTO: Poesia in versi liberi
DATA DEL COMPONIMENTO: giugno 1899
ARGOMENTO: La natura in sembianze muliebri

TESTO DEL COLLEGAMENTO

Nella raccolta poetica “Alcyone” (1903) il panismo dannunziano dà vita a un universo fluido, animato da una vitalità cosmica, in cui ogni distinzione tra umano e non umano tende ad annullarsi attraverso un continuo processo di metamorfosi.

Tali metamorfosi si svolgono in due direzioni complementari:

  • Antropomorfizzazione della natura: gli elementi naturali assumono fattezze, espressioni, movenze e sensibilità proprie dell’uomo.
  • Vegetalizzazione e animalizzazione dell’umano: in un abbandono estatico l’uomo si immerge nella natura fino a mutare la propria identità, acquisendo caratteristiche animali e vegetali.

In questa raccolta, dunque, l’eccellenza del superuomo dannunziano non si afferma nel confronto con gli altri uomini, ma nel rapporto con la realtà naturale. La sua grandezza risiede nella capacità di fondersi con essa in modo assoluto, di trascendere la condizione ordinaria, di accedere a una dimensione superiore di energia, pienezza vitale e dominio dell’esistenza.

In una delle più celebri liriche della raccolta, “La sera fiesolana”, l’antropomorfizzazione della natura si arricchisce di note sensuali attraverso il parallelismo fra il paesaggio collinare al crepuscolo e la morbidezza seducente del corpo femminile.

Nella prima strofa il poeta descrive alla donna amata, con parole fresche “come il fruscìo che fan le foglie del gelso ne la man di chi le coglie”, la teofania della Luna sulle colline di Fiesole: l’astro lunare, ancora nascosto ma prossimo a sorgere, diffonde una luce soffusa simile a un velo che avvolge il sogno del poeta e della donna amata, mentre la campagna, già immersa nella quiete notturna, accoglie in anticipo la pace che la Luna porta con sé.

Nella seconda strofa la parola poetica evoca la dolcezza della pioggia primaverile che, lieve e rapida come il saluto della stagione ormai al termine, cade sui gelsi, gli olmi, le viti, le rosee gemme dei pini, sul grano in maturazione, sul fieno appena falciato e infine sugli ulivi, le cui chiome argentee conferiscono alle colline un’aura di sacralità e serenità.

Nella terza strofa il poeta promette alla donna amata di introdurla ai misteri della natura: dalle sorgenti sacre dell’Arno al “mistero sacro dei monti”, ai segreti celati nelle sinuose forme delle colline.

Ogni strofa si accompagna a una ripresa – sul modello del “Cantico delle creature” francescano – che rende omaggio alla natura nei suoi tratti più delicatamente muliebri: nella prima ripresa la sera ha un viso bianco-perla e grandi occhi umidi, come le pozzanghere in cui ristagna la pioggia da poco caduta dal cielo; nella seconda ha vesti profumate, che l’orizzonte azzurro cinge come farebbe con un seducente corpo femminile; nella terza le prime stelle, nell’attesa della notte, sembrano palpitare al ritmo del suo respiro.

Ma l’apice della sensualità si raggiunge nell’immagine erotica delle colline, paragonate a labbra sensualissime, chiuse da un divieto che impedisce loro di rivelare i segreti di cui sono custodi.

È proprio questo silenzio carico di mistero, il non detto, il segreto trattenuto, a renderle irresistibilmente belle, oltre ogni desiderio umano. Tanto che l’anima del poeta sembra poterle amare con un’intensità sempre crescente, in un’estasi che è al tempo stesso amorosa e panica.