DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura italiana
CORRENTE: Decadentismo
AUTORE: Gabriele D’Annunzio
OPERA: “Il piacere”
GENERE: Romanzo psicologico
DATA: 1889
BRANO: Libro I, Capitolo II
TESTO (STRALCI)
- IL RITRATTO DELL’ESTETA
Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizion familiare d’eletta cultura, d’eleganza e di arte.
A questa classe, ch’io chiamerei arcadica perché rese appunto il suo più alto splendore nell’amabile vita del XVIII secolo, appartenevano gli Sperelli. L’urbanità, l’atticismo, l’amore delle delicatezze, la predilezione per gli studii insoliti, la curiosità estetica, la mania archeologica, la galanteria raffinata erano nella casa degli Sperelli qualità ereditarie (…)
Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare. Egli era, in verità, l’ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione d’una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, ultimo discendente d’una razza intelettuale.
Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte. La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a’venti anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e poté compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e constrizioni di pedagoghi. Dal padre a punto ebbe il gusto delle cose d’arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizii, l’avidità del piacere.
Questo padre, cresciuto in mezzo alli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico. Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa passione. Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s’era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l’Europa.
L’educazione d’Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in conspetto delle realità umane. Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall’alta cultura ma anche dall’esperimento; e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza. Fin dal principio egli fu prodigo di sé; poiché la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d’intorno, inesorabilmente se ben con lentezza.
Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui“.
Anche, il padre ammoniva: “Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: -Habere, non haberi”.
Anche, diceva: “Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni”.
Ma queste massime volontarie, che per l’ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criterii morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima (…)
- IL PRIMO INCONTRO CON ELENA MUTI
Bada di non mancare, Andrea, domani. Abbiamo tra gli invitati una persona interessante, anzi fatale. Premunisciti però contro la malia… (…)
Ella saliva d’innanzi a lui, lentamente, mollemente, con una specie di misura. Il mantello foderato d’una pelliccia nivea come la piuma de’ cigni, non più retto dal fermaglio, le si abbandonava intorno al busto lasciando scoperte le spalle. Le spalle emergevano pallide come l’avorio polito, divise da un solco morbido, con le scapule che nel perdersi dentro i merletti del busto avevano non so qual curva fuggevole, quale dolce declinazione di ali; e su dalle spalle svolgevasi agile e tondo il collo; e dalla nuca i capelli, come ravvolti in una spira, piegavano al sommo della testa e vi formavano un nodo, sotto il morso delle forcine gemmate (…)
Ella parlava con qualche pausa. Aveva la voce così insinuante che quasi dava la sensazione d’una carezza carnale; e aveva quello sguardo involontariamente amoroso e voluttuoso che turba tutti li uomini e ne accende d’improvviso la brama (…)
Ella aveva la voce così ricca di suono che anche le parole più volgari e le frasi più comuni parevano prendere su la sua bocca non so qual significato occulto, non so qual misterioso accento e qual grazia nuova (…)
D’innanzi a quella volubilità incomprensibile, Andrea rimaneva ancor titubante. Quelle cose frivole o maligne uscivano dalle stesse labbra che allora allora, pronunziando una frase semplicissima, l’avevan turbato fin nel profondo; uscivano dalla stessa bocca che allora allora, tacendo, eragli parsa la bocca della Medusa di Leonardo, umano fiore dell’anima divinizzato dalla fiamma della passione e dall’angoscia della morte. “Qual era dunque la vera essenza di quella creatura? Aveva ella percezione e conscienza della sua metamorfosi costante o era ella impenetrabile anche a sé stessa, rimanendo fuori del proprio mistero? Quanto nelle sue espressioni e manifestazioni entrava d’artificio e quanto di spontaneità?” Il bisogno di conoscere lo pungeva anche fra la delizia in lui effusa dalla vicinanza della donna ch’egli incominciava ad amare (…)
Ella tenendo il capo sollevato, anzi piegato in dietro un poco, guardava il giovine furtivamente, di fra le palpebre socchiuse, con uno di quelli indescrivibili sguardi della donna, che paiono assorbire e quasi direi bevere dall’uom preferito tutto ciò che in lui è più amabile, più desiderabile, più godibile, tutto ciò che in lei ha destata quella istintiva esaltazion sessuale da cui ha principio la passione. I lunghissimi cigli velavano l’iride inclinata all’angolo dell’orbita; e il bianco nuotava come in una luce liquida, un po’ azzurra; e un tremolio quasi impercettibile moveva la palpebra inferiore. Pareva che il raggio dello sguardo andasse alla bocca di Andrea, come alla cosa più dolce (…)
Egli rideva, ripetendo le parole di Lady Macbeth ma in fondo a lui era una sofferenza confusa, un tormento non bene definito, che somigliava la gelosia. Gli appariva ora, all’improvviso, quel non so che di eccessivo e quasi direi di cortigianesco onde in qualche momento offuscavasi la gran maniera della gentildonna. Da certi suoni della voce e del riso, da certi gesti, da certe attitudini, da certi sguardi ella esalava, forse involontariamente, un fascino troppo afrodisiaco. Ella dispensava con troppa facilità il godimento visuale delle sue grazie. Di tratto in tratto, alla vista di tutti, forse involontariamente, ella aveva una movenza o una posa o una espressione che nell’alcova avrebbe fatto fremere un amante. Ciascuno, guardandola, poteva rapirle una scintilla di piacere, poteva involgerla d’imaginazioni impure, poteva indovinarne le segrete carezze. Ella pareva creata, in verità, soltanto ad esercitare l’amore; – e l’aria ch’ella respirava era sempre accesa dai desiderii sollevati in torno (…)
Ella non sorrise. Su la sua faccia era disceso un velo di tristezza e quasi di sofferenza; i suoi occhi parevano occupati da un’ombra più cupa, vagamente illuminati sotto la palpebra superiore, come dell’albor d’una lampada; un’espressione dolente le abbassava un poco gli angoli della bocca. Ella teneva il braccio destro abbandonato lungo la veste, reggendo nella mano il ventaglio e i guanti. Non porgeva più la mano ai salutatori e ai lusingatori; né dava più ascolto ad alcuno (…)
RIASSUNTO
- IL RITRATTO DELL’ESTETA
Il secondo capitolo del romanzo si apre con una descrizione del protagonista, Andrea Sperelli.
Questi è un conte, un membro della “special classe di antica nobiltà italica“, “l’ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo“. Le sue passioni sono l’arte e la bellezza, nutrite di studi, di letture e di viaggi, ed erette a morale superiore, in base alla quale egli prova un istintivo disprezzo per la massa e per il “grigio diluvio democratico” che rende tutti volgarmente uguali e indistinti.
La figura del padre è essenziale per comprendere il carattere di Sperelli. Le massime paterne (“Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte“, “Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza“, “Habere, non haberi“, “Il rimpianto è il vano pascolo di uno spirito disoccupato“) inculcano nel figlio una concezione edonistica della vita, in cui dominano incontrastati “il gusto delle cose d’arte, il culto appassionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizi, l’avidità del piacere“.
Questi precetti, tuttavia, non attecchiscono nell’animo del giovane in modo proficuo e costruttivo.
Fin da subito, D’Annunzio sottolinea i limiti e le contraddizioni del suo personaggio. Le massime paterne, infatti, “cadevano in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima“. Nel giovane Sperelli la ricerca spasmodica del piacere degenera nella sensualità esasperata e nell’inveterata abitudine alla finzione e alla menzogna, portandolo “a non poter mai essere interamente sincero e a non poter mai riprendere su sé stesso il libero dominio“.
Senza un centro morale che dia senso alla sua esistenza, Andrea soffre di una malattia dell’anima che lo rende volubile e impotente. È privo di energia, legato alla superficialità delle sensazioni fugaci, perennemente insoddisfatto, incapace di realizzare sé stesso e di liberarsi dall’artificio e dalla finzione che lo circondano.
Alla morte del padre, il giovane eredita una notevole fortuna, che gli permette di gestire liberamente le sue risorse.
Dopo un soggiorno in Inghilterra, nel 1884 si trasferisce a Roma, da lui amata non per le vestigia antiche dell’Impero, ma per la magnificenza barocca e papale. Il suo sogno è vivere da “principe romano”, circondato da arte e bellezza.
Stabilitosi a palazzo Zuccari, presso Trinità dei Monti, sperimenta ben presto un senso di malinconia profonda, accentuato dall’atmosfera autunnale, che gli causa un’inquietudine indefinibile. È consapevole di trovarsi a una svolta della vita: pur immerso nell’arte, non ha ancora creato nulla di veramente significativo; desideroso d’amore e di piacere, non ha mai amato pienamente; privo di volontà e forza, è dominato dagli istinti e dal senso estetico. Nel suo cuore riaffiora, come un profumo svanito, il ricordo dell’amore vissuto con Costantia Landbrooke: un sentimento raffinato, ma non profondo, per una donna vivace e affascinante, mutevole, sempre fresca e seducente.
- IL PRIMO INCONTRO CON ELENA MUTI
Andrea incontra per la prima volta Elena Muti, duchessa di Scerni, nel salotto mondano di sua cugina, la marchesa d’Ateleta, e la riconosce istintivamente come la donna ideale.
La sera prima la marchesa, con affettuosa malizia, gli aveva annunciato la presenza di una donna fatale, invitandolo a difendersi dal suo fascino pericoloso.
Il giorno seguente Andrea si presenta in anticipo e, mentre entra nel palazzo, nota l’arrivo di una dama sconosciuta, la cui figura lo colpisce per l’eleganza e la sensualità dei movimenti. La osserva salire la scala con grazia misurata e rimane incantato dal candore traslucido della sua pelle, dalle linee morbide del collo e delle spalle, dalla raffinata acconciatura dei capelli.
Nel salone Andrea viene presentato a Elena Muti, e l’intesa tra i due è immediata. La donna gli parla con voce suadente e sguardo voluttuoso, confessando di aver sentito molto parlare di lui da un amico comune, e di essere un’ammiratrice delle sue opere.
Andrea, a sua volta, le rivolge parole cariche di sentimento e mistero: sostiene di averla già vista, forse in sogno, forse in un’altra vita, come se la sua immagine gli fosse riaffiorata alla memoria osservandola salire le scale. Elena ascolta in silenzio, con un’espressione enigmatica. Andrea si chiede se lo stia prendendo sul serio, o se il suo silenzio sia una forma di indifferenza. Avverte quella tipica incertezza che solo alcune donne riescono a suscitare, lasciando l’uomo sospeso tra attrazione e dubbio.
I convitati prendono posto attorno alla tavola splendidamente allestita, e Andrea siede accanto a Elena Muti, che gli appare sempre più affascinante e indecifrabile. La conversazione si anima presto di frivolezze, maldicenze mondane e scherzi leggeri. Elena, ironica e brillante, rivela la sua abilità nel sedurre senza mai concedersi davvero. Anche i suoi gesti e le parole più semplici turbano profondamente Andrea, ma la continua mutevolezza della donna lo disorienta.
Notando l’attrazione di uno dei commensali, Andrea sfrutta l’occasione per catturare l’attenzione di Elena: con malizia, le rivela che il funzionario giapponese Sakumi è innamorato di lei. Elena si volta e, divertita, ride apertamente dell’uomo, umiliandolo; subito dopo, però, gli lancia una camelia e lo invita a trovare una similitudine poetica, mostrando così la sua capacità di giocare con i sentimenti altrui e di alternare, con disinvoltura, crudeltà e grazia.
Con minuzia quasi pittorica, D’Annunzio descrive lo sguardo di Elena, sottolineandone l’intensità sensuale: il capo lievemente reclinato all’indietro, le palpebre socchiuse, le lunghissime ciglia che velano l’iride, il bianco dell’occhio che nuota in una luce liquida, appena azzurrina, e il tremolio impercettibile della palpebra inferiore evocano l’immagine di uno sguardo che non si limita a osservare, ma pare assorbire con brama tutto ciò che nell’altro è desiderabile. Anche la descrizione della bocca di Andrea, su cui Elena sembra focalizzare la sua attenzione, esprime una sensualità estetizzante: le labbra, piene, di colore acceso, con un accenno di crudeltà, evocano l’ambigua figura di Cesare Borgia ritratto da Raffaello.
Durante il convivio, Elena chiede ad Andrea se resterà a Roma per l’inverno, quindi i due parlano di palazzo Zuccari, dimora di Andrea, che Elena afferma di prediligere fra le bellezze di Roma.
Nel sontuoso finale del pranzo, osservando la disinvoltura di Elena, Andrea è internamente turbato, sente crescere in sé un sentimento confuso e doloroso, simile alla gelosia. Percepisce nell’atteggiamento della donna una sfumatura di eccesso, un che di cortigianesco. Il fascino che emana, sensuale e voluttuoso, appare ai suoi occhi troppo generosamente distribuito, quasi esibito. “Quanti l’hanno posseduta? Quanti ricordi porta con sé, nel corpo e nell’anima?” si chiede.
La passione tra Elena e Andrea cresce progressivamente, insieme alla consapevolezza di un legame naturale e istintivo. L’intimità si rafforza quando, appartati su un divano, le mani si sfiorano e il giovane inizia a corteggiarla con un discorso estetizzante sull’arte e sull’amore. Poco dopo Elena lo conduce lontano dal gruppo. Il pallore e il languore non fanno che accrescere il suo fascino: il suo volto si vela di tristezza e sofferenza; gli occhi appaiono oscurati da un’ombra profonda, mentre un’espressione malinconica le abbassa leggermente gli angoli della bocca; immobile, con il braccio destro abbandonato lungo la veste, regge con la mano un ventaglio, chiusa nel suo silenzio. Quando la musica di Beethoven invade il salone, Andrea la osserva rapito: la bellezza della donna, la posa elegante, il profumo che emana, tutto lo avvolge e lo trascina in un desiderio sempre più intenso.
Poi Elena si congeda dalla padrona di casa e riceve in dono un mazzo di violette. Stanca, si appoggia ad Andrea e gli chiede di porgerle la pelliccia. Giunti alla carrozza, lo saluta con uno sguardo scintillante nell’ombra. Lui vorrebbe seguirla, ma trattiene l’impulso e si limita a baciarle con forza la mano, come a lasciarvi un’impronta di passione. Poi chiude lo sportello e la carrozza parte velocemente.
PERCORSI INTERDISCIPLINARI
- CRISI DELLE CERTEZZE – Crisi dell’io: inettitudine
“Il piacere”, Libro I, Capitolo 2: L’inettitudine dell’esteta - DIRITTI – Articolo 1, “Dichiarazione universale dei diritti umani”: tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti
“Il piacere”, Libro I, Capitolo 2: Il disprezzo per il “grigio diluvio democratico odierno” - DONNA – I mille volti della donna: la “donna vampiro” (la “femme fatale”)
“Il piacere”, Libro I, Capitolo II: Elena Muti, donna seducente e fatale