GIOVANNI PASCOLI – “Il fanciullino”, Capitolo XIX

INDICE
DATI GENERALI
TESTO
RIASSUNTO DETTAGLIATO

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura italiana
CORRENTE: Decadentismo
AUTORE: Giovanni Pascoli
OPERA: “Il fanciullino
GENERE: Saggio letterario
DATA: 1897 (pubblicazione), 1903 (prima edizione in volume), 1907 (ultima versione pubblicata dall’autore)
BRANO: Capitolo XVIII

Torna all’indice

TESTO

Il nome? Il nome? L’anima io semino,
ciò ch’è di bianco dentro il mio nòcciolo,
che in terra si perde,
ma nasce il bell’albero verde.

Non lauro e bronzo voglio; ma vivere;
e vita è il sangue, fiume che fluttua
senz’altro rumore,
che un battito, appena, del cuore.

Nei cuori, io voglio, resti un mio palpito,
senz’altro vanto che qual d’un brivido
che trema su l’acque,
fa il sasso che in fondo vi giacque.

Nell’aria, io voglio, resti un mio gemito:
se l’assiuolo geme voglio essere
tra i salci del rio
anch’io, nelle tenebre, anch’io.

Se le campane piangono piangono,
io nelle opache sere invisibile
voglio essere accanto
di quella che piange a quel pianto.

Io poco voglio; pur, molto: accendere
io su le tombe mute la lampada
che irraggi e conforti
la veglia dei poveri morti.

Io tutto voglio; pur, nulla: aggiungere
un punto ai mondi della Via Lattea,
nel cielo infinito;
dar nuova dolcezza al vagito.

Voglio la vita mia lasciar, pendula
ad ogni stelo, sopra ogni petalo,
come una rugiada
ch’esali dal sonno, e ricada

nella nostr’alba breve. Con l’iridi
di mille stille sue nel sole unico
s’annulla e sublima…
lasciando più vita di prima.

Torna all’indice

RIASSUNTO DETTAGLIATO

Il capitolo contiene una poesia intitolata “Il fanciullo”, in cui Pascoli medita sulla vera natura della poesia e sull’inutilità della gloria mondana.

Il fanciullino, ossia il vero poeta, non aspira alla fama. Vuole fare dono silenzioso della sua anima come il seme di un nocciolo che scompare nella terra per far nascere un albero verde.

Non cerca la corona d’alloro né una statua bronzea. Desidera soltanto la vita autentica, quella che scorre silenziosa come il sangue nelle vene, percepibile soltanto nel battito del cuore.

Nei cuori di chi legge spera di lasciare un piccolo palpito, simile al brivido che increspa la superficie dell’acqua quando un sasso si sposta leggermente sul fondo. Nell’aria desidera che resti il suo lamento, come l’assiuolo, che geme nelle tenebre fra i salici lungo il ruscello.

Aspira a essere vicino, senza mostrarsi, al dolore degli altri, a coloro che piangono nell’udire il rintocco malinconico delle campane nella sera. Vuole accendere una lampada che porti luce e conforto ai morti dimenticati nelle tombe silenziose.

I suoi obiettivi sono immensi e umili insieme: aggiungere un puntino di luce alla Via Lattea, dare una nuova dolcezza al vagito dei neonati.

Il fanciullino desidera che la sua vita rimanga sospesa come rugiada sugli steli e sui petali dei fiori. Nel breve istante dell’alba, metafora della nostra effimera vita, le gocce di rugiada, con i loro mille riflessi colorati, si dissolvono nell’unica luce del sole, dopo aver nutrito e rinfrescato, lasciando il mondo più vivo di prima.

Torna all’indice

← Capitolo precedente          •         Capitolo successivo →

Vai alla scheda dell’opera