TITO LUCREZIO CARO – “De rerum natura”, Libro V, versi 1412-1435: La brama di possesso e la guerra

PERCORSI INTERDISCIPLINARI

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età di Cesare
AUTORE: Tito Lucrezio Caro
OPERA: “De rerum natura
GENERE: Poema epico-didascalico
DATA: I secolo a.C.
BRANO: Libro V, versi 1412-1435
ARGOMENTO: La brama di possesso e la guerra

TESTO DEL COLLEGAMENTO

Nel quinto libro del “De rerum natura” Lucrezio esprime un giudizio ambivalente sul progresso: lo considera positivo finché resta al servizio dei bisogni primari e naturali, ma lo condanna aspramente quando si orienta verso il soddisfacimento di desideri superflui e innaturali.

Sulla scorta di Epicuro, Lucrezio distingue tre tipi di bisogni:

  • naturali e necessari (fame, sete, sonno, desiderio sessuale), facili da soddisfare;
  • naturali e non necessari (mangiare e bere troppo), a cui si deve indulgere con la massima moderazione;
  • non naturali e non necessari (gloria, ricchezza, successo), che sono da evitare in quanto causa di preoccupazione e infelicità.

Il poeta è consapevole che, per natura, l’essere umano è incapace di porre limiti ai propri desideri, vive in una costante insoddisfazione ed è schiavo dell’avidità. Dà valore a ciò che possiede solo fino a quando non scopre qualcosa di nuovo e apparentemente migliore. Fu per questo motivo che l’uomo preistorico abbandonò le ghiande, i giacigli di fronde e le vesti di pelli animali, che pure soddisfacevano pienamente i suoi bisogni di sostentamento, calore e riparo, per inseguire beni sempre più raffinati, lussuosi e futili, come l’oro e la porpora.

Lucrezio invita a riflettere sull’irrazionalità del desiderio incontrollato: se un tempo il freddo tormentava gli uomini, nudi e privi di protezione, rendendo il bisogno di coprirsi essenziale per la sopravvivenza, oggi non si può certo sostenere che una veste trapuntata d’oro o ornata di ricami sia indispensabile alla vita. Sarebbe infatti sufficiente una veste semplice e funzionale per soddisfare pienamente le necessità umane.

Da queste parole appare chiaro che Lucrezio non condanna il progresso in sé, ma denuncia l’assenza di un principio morale che ne orienti l’evoluzione e le applicazioni. Senza un fondamento etico, che solo la filosofia epicurea può offrire, non può esserci un reale sviluppo della conoscenza e della civiltà. Il mondo materiale, scisso dai bisogni primari che hanno ispirato le prime conquiste tecniche, si trasforma così in un’arena dominata dalla vanità e dal piacere smodato.

In versi immortali Lucrezio ci ricorda che per brama di possesso si combattono le guerre (“Un tempo dunque le pelli, oggi l’oro e la porpora affannano con desideri la vita degli uomini e l’affaticano in guerra”) e, con una bellissima immagine, ci mostra la nostra vita trascinata dalla cupidigia in alto mare, dalle cui profondità si scatenano le terribili tempeste della guerra (“E ciò, un po’ alla volta, ha sospinto la vita in alto mare e ha suscitato dal profondo le grandi tempeste della guerra”).