PERCORSI INTERDISCIPLINARI
DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età giulio-claudia
AUTORE: Marco Anneo Lucano
OPERA: “Pharsalia” o “Bellum civile”
GENERE: Poema epico-storico
DATA: 60-65 d.C.
BRANO: Libro I, Proemio, versi 1-32
ARGOMENTO: La guerra civile come causa della decadenza di Roma
TESTO DEL COLLEGAMENTO
Come appare chiaro fina dal primo verso del proemio, protagonista indiscussa della “Pharsalia” (60-65 d.C.) di Lucano è la guerra civile, in particolare il cruento scontro fratricida tra Pompeo e Cesare.
Questo conflitto viene definito dal poeta ancora più atroce di una semplice guerra civile (“plus quam civilia”) poiché combattuto tra consanguinei: i due contendenti, infatti, erano legati da un vincolo familiare, dal momento che Pompeo aveva sposato, in quarte nozze, Giulia, figlia di Cesare.
Attraverso l’uso di termini legati al campo semantico dell’empietà, come scelus (delitto), nefas (sacrilegio) e nefandum (innominabile), Lucano sottolinea la natura sacrilega della guerra civile. Questa progressione culmina nella parola furor, che indica la follia distruttiva e incontrollata.
L’immagine macabra di un “popolo potente rivolto contro le sue stesse viscere con la destra vittoriosa” suggerisce inoltre l’assimilazione tra la guerra civile e l’atto del suicidio: uccidendosi l’un l’altro, i Romani feriscono metaforicamente il corpo stesso della patria.
Del resto, come evidenzia il poliptoto “signis signa” e “pila … pilis”, nella guerra civile l’avversario è in realtà un altro sé stesso, più che un nemico un pari, con cui si condivide la stessa cultura, gli stessi valori e talora persino lo stesso sangue.
Nel prosieguo del proemio Lucano rimprovera i Romani per aver scelto di dedicarsi a una sterile guerra fratricida anziché rivolgere le proprie armi contro i Parti responsabili della morte di Crasso, la cui anima, ancora invendicata, vagava come un’ombra in cerca di giustizia. Li accusa di aver versato sangue fraterno quando, invece, avrebbero potuto ampliare i loro domini, conquistando terre e mari in ogni direzione ed estendendo la propria egemonia sul mondo conosciuto.
L’ultima parte del proemio dipinge un’immagine desolante dell’Italia sprofondata nella rovina a causa delle guerre civili. Le antiche città giacciono in macerie, con mura inclinate su tetti crollati, enormi cumuli di rovine, case abbandonate, strade percorse da pochi superstiti, campagne un tempo fertili ora irte di rovi e lasciate incolte per anni. Ancora una volta, con amarezza, il poeta sottolinea che a infliggere ferite così profonde non sono stati nemici esterni, come Pirro o Annibale, ma gli stessi cittadini della res publica, colpevoli una tragica autodistruzione.