DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età di Cesare
AUTORE: Marco Terenzio Varrone
OPERA: “De re rustica”
GENERE: Trattato tecnico-didascalico
DATA: 37 a.C.
BRANO: Libro I, Capitolo 17
TESTO
De fundi IV partibus, quae cum solo haerent, et alteris IV, quae extra fundum sunt, et ad culturam pertinent, dixi. Nunc dicam agri quibus rebus colantur: quas res alii dividunt in duas partes, in homines, et adminicula hominum, sine quibus rebus colere non possunt. Alii in tres partes instrumenti genus vocale, et semivocale, et mutum: vocale, in quo sunt servi, semivocale, in quo suot boves, mutum, in quo sunt plaustra (…) Mancipia esse oportere neque formidolosa, neque animosa. Qui praesint esse oportere, qui literis, aliqua sint humanitate imbuti, frugi, aetate maiore, quam operarios, quos dixi: facilius enim his, quam minoribus natu sunt dicto audientes. Praeterea potissimum eos praeesse oportet, qui periti sint rerum rusticarum; non solum enim debere imperare, sed etiam facere, ut facientem imitentur, et ut animadvertant eum cum causa sibi praeesse, quod scientia praestet et usu: neque illi concedendum ita imperare, ut verberibus coerceat potius quam verbis, si modo idem efficere possis. Neque eiusdem nationis plures parandos esse, ex eo enim potissimum solere offensiones domesticas fieri. Praefectos alacriores faciundum praemiis, dandaque opera, ut habeant peculium, et coniunctas conservas, e quibus habeant filios: eo enim fiunt firmiores, ac coniunctiores fundo. Itaque propter has cognationes Epiroticae familiae sunt illustriores ac cariores. Ad iniiciendum voluptatem his praefecturae, honore aliquo habendi sunt: et de operariis, qui praestabunt aliqui, communicandum quoque cum iis, quae faciunda sunt opera; quod ita cum fit, minus se putant despici, atque aliquo numero haberi a domino. Studiosiores ad opus fieri liberalius tractando, aut cibariis, aut vestita largiore, aut remissione operis, concessioneve, ut peculiare aliquid in fundo pascere liceat, aut huiuscemodi rerum aliis, ut quibus quid gravius sit imperatam, aut animadversum, qui consolando eorum restituat voluntatem, ac benevolentiam in dominum.
TRADUZIONE
Ho parlato di quelle quattro parti (della tenuta), che riguardano il suolo e delle altre quattro che riguardano ciò che c’è fuori del podere e che ugualmente appartengono alla coltivazione. Ora tratterò di quegli strumenti che si usano per coltivare la terra. Alcuni dividono questi in due categorie: uomini e strumenti usati dagli uomini, senza i quali non possono coltivare. I secondi vengono divisi da altri in tre generi: vocale, semivocale e muto; nel vocale rientrano gli schiavi; nel semivocale i buoi; nel muto i carri (…) Gli schiavi non devono essere né troppo paurosi né troppo coraggiosi. Quelli che sono incaricati di sovrintendere bisogna che abbiano una qualche educazione, che siano di buone maniere e di maggior età degli operai di cui ho parlato: quelli di maggior età, infatti, obbediscono più facilmente dei giovani. Inoltre bisogna che siano scelti come capi coloro che sono esperti di questioni agricole; infatti non devono solo comandare ma anche agire, affinché la famiglia imiti il suo operato e affinché riconosca che chi li comanda lo fa in quanto abile ed esperto; né ai capi bisogna permettere di comandare più con il bastone che con la voce. E, quando ciò si possa ottenere, bisogna evitare di avere molti lavoratori della stessa nazione, dato che questo suole spessissimo dare origine a contese domestiche. Bisogna rendere più solleciti i capi con ricompense e bisogna adoperarsi in modo che abbiano un gruzzolo di denaro e che sposino delle compagne di schiavitù, dalle quali abbiano dei figli: in tale modo, infatti, diventano più attaccati al fondo. Perciò, in virtù di questi matrimoni, gli schiavi dell’Epiro sono i più famosi e si vendono a caro prezzo. È necessario che nasca in questi lavoratori il desiderio di qualche onore, e che quelli che si distinguono più degli altri possano giungere a essere capi; bisogna pure comunicare con loro riguardo ai lavori che sono da fare; poiché così non pensano di essere disprezzati ma di essere tenuti in una certa considerazione dal padrone. Si rendono più amanti del lavoro trattandoli con maggiore generosità nel cibo e nei vestiti o sollevandoli talvolta dalla fatica o accordando loro il permesso di pascolare per proprio conto nel fondo del bestiame; cosicché, quando verrà loro ordinato qualche lavoro troppo pesante o inflitto un castigo un po’ severo, abbiano un sollievo che li consoli e restituisca loro la benevolenza e l’affetto verso il padrone.
RIASSUNTO
In questo capitolo Varrone spiega in modo dettagliato chi sono i lavoratori della terra, distinguendoli in liberi e schiavi e definendo questi ultimi come strumenti, al pari di buoi e attrezzi. Più precisamente gli schiavi sarebbero “strumenti parlanti”, i buoi “strumenti che emettono suoni inarticolati” e gli attrezzi “strumenti muti”.
Varrone pone particolare attenzione alla figura del villicus, lo schiavo responsabile della gestione dell’azienda agricola quando il padrone è assente.
Il villicus va scelto secondo precisi criteri: deve avere una certa educazione, essere dotato di buone maniere ed essere più anziano degli schiavi che dovrà dirigere. Egli dovrà conquistare la stima dei suoi sottoposti in virtù della sua abilità ed esperienza, e farsi obbedire più con l’esempio e con la persuasione che con le percosse.
Inoltre Varrone invita i padroni a riservare ai villici un trattamento di favore, facendoli sentire in una certa misura partecipi della direzione dei lavori agricoli, per aumentare la loro autostima e renderli più fedeli.
Bisogna inoltre incentivarli con ricompense, in modo che possano accumulare un gruzzolo di denaro, sposare le loro compagne di schiavitù, procreare e legarsi ancora di più all’azienda agricola.
Varrone suggerisce di non concentrare nel podere troppi schiavi della stessa nazionalità, cosa che può spingerli a coalizzarsi contro il padrone. All’epoca della tarda Repubblica, infatti, il numero di schiavi era enorme e l’intera attività agricola dipendeva dalla manodopera servile, aumentando il rischio di gravi rivolte, come quella di Spartaco nel 73 a.C.
Varrone aggiunge che gli schiavi diventano più solleciti se vengono trattati con generosità nel vitto e nel vestiario, se vengono talvolta sollevati dalla fatica più dura e se viene accordato loro il permesso di pascolare per proprio conto nel fondo del bestiame.