PLATONE – “Protagora”

MATERIA: Letteratura greca, Filosofia

CORRENTE: Periodo di transizione dall’Età classica all’Ellenismo

AUTORE: Platone

OPERA: “Protagora”

GENERE: Dialogo filosofico

DATA: 388 a.C. (terminus post quem)

INDICE
SINOSSI
PER APPROFONDIRE: RIASSUNTO DETTAGLIATO
PER APPROFONDIRE: ELENCO DEI PERSONAGGI
PERCORSI INTERDISCIPLINARI

SINOSSI

Nel dialogo giovanile “Protagora” Platone sottolinea la strettissima connessione tra attività politica e guerra attraverso il mito di Prometeo ed Epimeteo.

Il mito racconta che gli dei crearono uomini e animali mescolando terra e fuoco e affidarono a Prometeo ed Epimeteo il compito di distribuire le qualità naturali. Epimeteo, però, assegnò tutti i mezzi di difesa agli animali, lasciando l’uomo nudo e vulnerabile. Per rimediare, Prometeo rubò il fuoco e il sapere tecnico a Efesto e Atena e li donò all’uomo, permettendogli di sopravvivere e progredire.

Nonostante questo, gli uomini vivevano dispersi e perivano uccisi dalle fiere, essendo più deboli di esse. Cercarono allora di riunirsi fondando delle città, ma non possedevano la tecnica politica (di cui è parte la tecnica di guerra, scrive Platone) e pertanto commettevano ingiustizie reciproche, tornando nuovamente a disperdersi. Temendo la loro estinzione, Zeus donò loro il rispetto (aidòs) e la giustizia (dìke), che furono distribuiti da Ermes a tutti senza distinzione, rendendo possibile la nascita delle città e l’ordine delle leggi.

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PER APPROFONDIRE: RIASSUNTO DETTAGLIATO

PROLOGO

Il dialogo si apre con il giovane Ippocrate che, all’alba, corre a casa di Socrate per svegliarlo. Ha appena saputo che in città è arrivato il celebre sofista Protagora e desidera che Socrate lo presenti a lui. Insieme, si recano alla dimora di Callia, dove Protagora è ospite, e lo trovano mentre passeggia nel portico, circondato da un gruppo di discepoli che lo ascoltano con profonda ammirazione.

Socrate chiede subito al sofista quale beneficio Ippocrate possa ricavare dai suoi insegnamenti. Protagora risponde che il suo scopo è trasmettere ai discepoli una condotta saggia e responsabile, affinché possano diventare cittadini esemplari. Ma Socrate solleva una questione: è davvero possibile insegnare la virtù come si insegna un’arte pratica? Mentre infatti per le tecniche si accettano solo i consigli degli esperti, nel caso della virtù sembra che tutti possano esprimere un’opinione. Inoltre, non esistono veri esperti in materia, e spesso coloro che sono virtuosi non sanno insegnare a esserlo.

Per rispondere a queste obiezioni, Protagora si lancia in un lungo discorso, formato da un mito e da un lungo ragionamento.

MITO DI EPIMETEO E PROMETEO

Il mito racconta che gli dei crearono gli uomini e gli animali mescolando terra e fuoco e affidarono ai titani Prometeo ed Epimeteo il compito di distribuire le qualità naturali a ciascuna specie.

Epimeteo, però, assegnò tutti i mezzi di difesa agli animali, lasciando l’uomo nudo e vulnerabile.

Prometeo, per rimediare, rubò il fuoco e la perizia tecnica a Efesto e Atena e li donò all’uomo, che così poté sopravvivere e progredire.

Tuttavia, nonostante il possesso della tecnica, gli uomini vivevano dispersi e perivano uccisi dalle fiere, essendo più deboli di esse. Cercarono allora di riunirsi fondando delle città, ma non possedevano la tecnica politica e pertanto commettevano ingiustizie reciproche, tornando nuovamente a disperdersi.

Temendo l’estinzione della specie, Zeus donò agli uomini il rispetto (aidòs) e la giustizia (dìke), che, tramite Ermes, furono distribuite a tutti gli uomini senza distinzione, poiché solo grazie a essi sarebbe stata possibile la nascita delle città e l’emanazione delle leggi.

DISCUSSIONE SULLA VIRTÙ: IL PROBLEMA DELL’UNITÀ DELLA VIRTÙ

Attraverso questo mito Protagora si propone di dimostrare che ciascuno ha il diritto di esprimere il proprio parere nell’assemblea cittadina, poiché tutti posseggono naturalmente, in diversa misura, la virtù e possono contribuire con il loro giudizio al bene comune. La vera virtù, tuttavia, è il risultato congiunto di natura e insegnamento e deve essere consolidata dall’educazione.

A questo punto, Socrate chiede a Protagora se giustizia, temperanza, coraggio, santità e giustizia siano aspetti dell’unica virtù. Protagora risponde che, pur essendo la virtù una realtà unica, queste qualità ne costituiscono parti distinte, come i tratti di un volto, sono cioè diverse tra loro e dal tutto. Di conseguenza, non tutti gli uomini possiedono ogni virtù: alcuni, per esempio, sono coraggiosi ma ingiusti e viceversa.

Socrate confuta questa argomentazione, sostenendo che non si può tracciare una separazione netta tra le diverse virtù. Sebbene negli uomini si possa trovare coraggio senza santità o giustizia senza temperanza, questo non vale per le virtù in sé: la giustizia, infatti, è sempre santa, così come la santità è sempre giusta.

Protagora, irritato, propone una visione relativista della virtù, coerente con la dottrina sofista: il bene è qualcosa di complesso e multiforme, e ciò che può essere raccomandabile per alcuni può risultare inappropriato per altri.

DISCUSSIONE SULLA VIRTÙ: LA VIRTÙ NELLA POESIA

La discussione sulla virtù si sposta sull’interpretazione di testi poetici, concentrandosi su un carme di Simonide, proposto da Protagora.

Socrate spiega che, secondo Simonide, è difficile diventare un uomo buono, ma addirittura impossibile rimanere tale, a causa delle inevitabili sventure che colpiscono l’umanità. È possibile diventare buono e da buono poi cattivo, e chi riesce a mantenersi buono più a lungo è particolarmente caro agli dèi. Inoltre, Simonide loda coloro che, per scelta consapevole, non compiono alcun male, ma sostiene anche che nessuno agisce in modo malvagio intenzionalmente. Chi compie il male lo fa perché sottoposto alla volontà altrui o perché ha perso la conoscenza del bene.

DISCUSSIONE SULLA VIRTÙ: LA SCIENZA COME FONDAMENTO DELLA VIRTÙ

La discussione torna sull’unità della virtù.

Protagora sostiene che il coraggio si differenzia dalle altre virtù menzionate da Socrate (sapienza, temperanza, giustizia, santità), poiché talvolta anche uomini malvagi dimostrano un notevole coraggio. Socrate risponde distinguendo il vero coraggio dall’audacia: se non è accompagnata dalla conoscenza, l’audacia è semplicemente follia. Egli dimostra quindi che il coraggio coincide con la sapienza, utilizzando questa argomentazione per sostenere l’idea che la conoscenza sia la base comune di tutte le virtù.

Socrate passa poi a una riflessione sul piacere e sul dolore: osserva che alcuni piaceri sono considerati cattivi perché portano al dolore, mentre alcuni dolori sono giudicati buoni perché conducono a piaceri. Da ciò deduce che bene e piacere coincidono, tuttavia bene e male si devono distinguere non per il loro effetto immediato, ma per l’effetto futuro.

Essere sopraffatti dal piacere immediato, lasciarsi vincere da sé stessi sono segni di ignoranza, e agire contro il proprio bene è un errore di valutazione, poiché nessuno compie intenzionalmente ciò che ritiene dannoso.

La felicità, secondo Socrate, risiede nell’arte della misura,  capace di valutare i piaceri e i dolori in modo equilibrato. La conoscenza di quest’arte è la salvezza della vita. Se dunque esiste una tèchne capace di valutare piaceri e dolori in funzione del bene che producono, allora la virtù è scienza ed è pertanto insegnabile.

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PER APPROFONDIRE: ELENCO DEI PERSONAGGI

  • Socrate: filosofo ateniese
  • Protagora: sofista
  • Ippocrate: giovane ateniese
  • Ippia di Elide: sofista
  • Prodico di Ceo: sofista
  • Crizia: politico ateniese
  • Alcibiade: giovane aristocratico
  • Callia: ricco ateniese che ospita Protagora

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PERCORSI INTERDISCIPLINARI

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