PLATONE – “Repubblica”, Libro VI

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura greca, Filosofia
CORRENTE: Periodo di transizione dall’Età classica all’Ellenismo
AUTORE: Platone
OPERA: “Repubblica
GENERE: Dialogo filosofico
DATA: IV secolo a.C.
BRANO: Libro VI

RIASSUNTO

Socrate è finora riuscito a stabilire una distinzione netta tra i filosofi, cioè coloro che sanno cogliere l’essere immutabile, le Idee, e i non filosofi, che invece si perdono nella molteplicità delle cose sensibili e nel continuo divenire. Da ciò egli deduce che il governo dello Stato debba spettare ai filosofi: come un guardiano deve possedere una vista acuta, così anche il custode della città non può essere cieco, cioè privo della conoscenza della verità. Il filosofo custodisce nella propria anima il modello ideale del vero, del bello e del giusto, ed è perciò l’unico capace di stabilire e preservare le leggi della città.

I tratti che contraddistinguono la natura filosofica sono l’amore per la verità, la temperanza, la magnanimità, la giustizia, la mitezza, la facilità nell’apprendere e nel ricordare, il senso della misura e del decoro.

Adimanto, però, solleva un’obiezione di carattere pragmatico: per quanto il ragionamento di Socrate appaia logicamente ineccepibile, nella realtà le cose sembrano andare diversamente. Chi si dedica troppo a lungo alla filosofia finisce spesso per apparire strano, se non addirittura malvagio, e persino i filosofi migliori risultano, agli occhi dei più, inutili alla città.

Socrate risponde a questa critica ricorrendo all’immagine della nave. Il capitano, che rappresenta il popolo, è forte ma un po’ sordo, miope e inesperto dell’arte nautica. I marinai, che simboleggiano i politici demagoghi, si contendono il timone pur non conoscendo affatto l’arte del navigare. Essi cercano di conquistare il comando con la forza o con l’inganno e ritengono che il governo della nave non richieda alcuna vera competenza, ma si impari semplicemente assumendo il controllo del timone. Il filosofo, invece, è il vero timoniere, che studia le stelle, i venti e le stagioni, cioè possiede le competenze necessarie per guidare la nave. Tuttavia, in un contesto dominato dal disordine e dalla corruzione, viene deriso dai marinai e bollato come “acchiappanuvole” o inutile. Così accade anche al vero filosofo: l’attuale degrado della politica impedisce di riconoscere il suo valore, mentre la cattiva fama della filosofia è alimentata da coloro che la praticano senza possederne la vera natura.

A questo punto Socrate si sofferma sulle ragioni per cui anche le nature più dotate finiscono spesso per corrompersi, diventando malvagie o inutili, e dimostra che la responsabilità non è della filosofia in sé, ma del contesto sociale e del tipo di educazione ricevuta.

  • In primo luogo, le autentiche nature filosofiche sono estremamente rare: esse nascono solo in pochi individui.
  • Anche quando una natura filosofica perfetta si manifesta, le stesse qualità che la contraddistinguono possono contribuire alla sua rovina se l’ambiente in cui cresce è sfavorevole. Le grandi ingiustizie e la malvagità pura non nascono da anime mediocri, ma da nature forti corrotte da una cattiva educazione: più un seme è vigoroso, più subisce danni se piantato in un terreno inadatto o privo di nutrimento.
  • A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: a corrompere queste nature intervengono spesso quelli che comunemente vengono considerati beni, come la bellezza, la ricchezza, la forza fisica o l’appartenenza a una famiglia potente nella città. Tali vantaggi allontanano l’individuo dalla filosofia e deviano la sua vocazione originaria.
  • Socrate chiarisce inoltre che il vero corruttore dei giovani è il volgo. Nelle assemblee, nei tribunali e nei teatri, il biasimo e la lode collettiva trascinano il giovane, annullando l’efficacia di ogni educazione privata e spingendolo ad adeguarsi ai valori della massa. Per descrivere l’influenza del volgo e dei politici che lo assecondano, Socrate utilizza la celebre metafora del grosso animale. La massa è paragonata a una bestia grande e forte, di cui i sofisti imparano a riconoscere gli umori, i desideri e i versi, chiamando sapienza la capacità di assecondarla e ammansirla. Essi definiscono buono ciò che dà piacere alla bestia e giusto ciò che è necessario per controllarla. Chiunque coltivi la filosofia sarà inevitabilmente osteggiato sia dal volgo sia dai demagoghi che cercano di compiacere la massa.

Sono molti i modi in cui un giovane dotato di natura filosofica può essere traviato. Proprio perché brillante, parenti e concittadini cercheranno di sfruttarlo per i propri interessi, colmandolo prematuramente di lodi e onori. Il giovane, da parte sua, finirà per gonfiarsi di presunzione, credendosi capace di grandi imprese senza possedere ancora la vera sapienza. E se qualcuno tenterà di riportarlo alla ragione, coloro che temono di perdere la sua utilità o la sua compagnia ricorreranno a ogni mezzo, con le parole e con i fatti, pur di impedirgli di lasciarsi persuadere. In un simile regime politico, il fatto che un’anima riesca a salvarsi e a rimanere integra può essere attribuito soltanto a un intervento divino.

Poiché le nature migliori vengono corrotte e abbandonano la filosofia, questa rimane per così dire orfana. Tuttavia il suo prestigio continua a esercitare un forte richiamo, attirando individui indegni di essa, come artigiani e lavoratori manuali, abili nei propri mestieri ma “mutilati” nel corpo e nello spirito dalle fatiche meccaniche. Socrate li paragona a un fabbro che, arricchitosi improvvisamente, si lava, si veste con abiti eleganti e sposa la figlia del padrone rimasta orfana. Da questa unione innaturale tra persone indegne e la filosofia non possono nascere che sofismi, cioè pensieri privi di nobiltà e di verità.

Coloro che restano fedeli alla filosofia sono pochissimi: esuli politici, grandi anime nate in piccole città, che hanno in spregio gli affari pubblici. Come un uomo che, durante una tempesta, si ripara dietro un muretto per non essere travolto dal vento e dal fango, essi si tengono in disparte, vivendo una vita pura e attendendo serenamente la fine.

Socrate sostiene quindi che la città dovrebbe trattare la filosofia in modo del tutto opposto a quanto avviene nella realtà, dove essa viene coltivata soltanto in gioventù come un semplice passatempo, prima di dedicarsi agli affari e alla vita politica. Nell’età giovanile si dovrebbe invece impartire un’educazione adeguata allo sviluppo dell’individuo, accompagnata dalla cura del corpo che sta maturando. Nell’età adulta dovrebbero intensificarsi gli esercizi dell’anima; mentre nella vecchiaia, quando le forze fisiche vengono meno, l’individuo dovrebbe “pascolare in libertà”, dedicandosi alla filosofia solo per puro piacere.

Adimanto teme che la maggior parte degli ascoltatori, compreso il sofista Trasimaco, si opporrà con forza a queste idee. Per tutta risposta Socrate paragona l’opera del filosofo-re a quella di un artista. Questi non accetta di legiferare su uno Stato corrotto: prima deve “ripulire” la società e le abitudini degli uomini, proprio come un pittore prepara la tavola prima di dipingere. Nel disegnare la nuova costituzione, il filosofo guarda costantemente in due direzioni: da un lato al modello ideale della Giustizia, della Bellezza e della Temperanza in sé; dall’altro alla realtà umana concreta. Il suo compito consiste nel fondere questi due livelli, cercando di dare forma a una comunità umana modellata su un principio divino.

Socrate si mostra inoltre ottimista riguardo alla possibilità di realizzare la città ideale. Il popolo, infatti, può essere persuaso se gli si spiega con mitezza quale sia la vera natura del filosofo. Inoltre non è impossibile che nasca un principe dotato di autentica natura filosofica che, riuscendo a sottrarsi alla corruzione dell’ambiente, decida di attuare queste leggi nella città. In conclusione, il progetto della città ideale è perfetto dal punto di vista teorico e, sebbene la sua realizzazione sia estremamente difficile, non è tuttavia impossibile.

Socrate passa quindi a delineare il percorso educativo superiore dei guardiani-filosofi.

I governanti devono possedere una combinazione rarissima di doti, devono cioè unire vivacità intellettuale e stabilità caratteriale. Per mettere alla prova queste qualità, oltre alle prove fisiche e morali, l’aspirante governante deve dimostrare di saper reggere alle “cognizioni più importanti”, vale a dire la giustizia, la temperanza, il coraggio e la sapienza. Ma deve anche dimostrare di sapersi elevare a un livello superiore, fino all’Idea del Bene. Senza la conoscenza del Bene, infatti, ogni altra conoscenza o possesso risulta inutile, poiché non se ne trarrebbe alcun vero giovamento.

Socrate confuta inoltre l’idea che il Bene consista semplicemente nel piacere o nell’intelligenza.

Non potendo definirlo direttamente, Socrate lo paragona al Sole, che definisce “rampollo” del Bene.

Il Sole non è la vista, ma ne è la causa: senza la luce del Sole l’occhio è quasi cieco, mentre con la luce può vedere chiaramente. Inoltre il Sole dà agli oggetti nascita e crescita.

L’Idea del Bene svolge una funzione analoga. Quando l’anima si rivolge a ciò che è illuminato dalla verità, essa conosce e comprende; quando invece si rivolge al mondo del divenire, brancola nell’opinione. Il Bene non solo rende le cose conoscibili, ma conferisce loro anche l’essenza e l’esistenza.


I QUATTRO GRADI DELLA CONOSCENZA

A questo punto Socrate espone i quattro gradi della conoscenza attraverso l’immagine della linea.

Egli propone di dividere una linea in due segmenti:

  • Il MONDO VISIBILE (Doxa), a sua volta suddiviso in:
    – Congettura (Eikasia), cioè la conoscenza delle immagini, delle ombre e dei riflessi,
    – Assenso o credenza (Pistis), cioè la conoscenza degli oggetti reali, degli esseri viventi e dei manufatti.
  • Il MONDO INTELLEGIBILE (Episteme), a sua volta suddiviso in:
    – Riflessione (Dianoia), propria della matematica e della geometria. Essa utilizza concetti come pari e dispari, le figure geometriche e i vari tipi di angoli, e formula ipotesi per giungere a conclusioni, ma senza risalire fino al principio assoluto, cioè il Bene;
    – Dialettica (Noesis), che rappresenta il grado più alto della conoscenza. La ragione utilizza le ipotesi come punti di appoggio provvisori per risalire al principio assoluto, il Bene. Una volta raggiunto tale principio, la ragione discende verso le conclusioni procedendo solo di idea in idea, senza più alcun ricorso al sensibile.

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