DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età dei Flavi e di Nerva e Traiano
AUTORE: Publio Cornelio Tacito
OPERA: “Historiae“
GENERE: Trattato storiografico
DATA: 105 d.C. circa
BRANO: Libro II, Capitolo 38
TESTO
1. Vetus ac iam pridem insita mortalibus potentiae cupido cum imperii magnitudine adolevit erupitque; nam rebus modicis aequalitas facile habebatur. Sed ubi subacto orbe et aemulis urbibus regibusve excisis securas opes concupiscere vacuum fuit, prima inter patres plebemque certamina exarsere. Modo turbulenti tribuni, modo consules praevalidi, et in urbe ac foro temptamenta civilium bellorum; mox e plebe infima C. Marius et nobilium saevissimus L. Sulla victam armis libertatem in dominationem verterunt. Post quos Cn. Pompeius occultior non melior, et numquam postea nisi de principatu quaesitum. 2. Non discessere ab armis in Pharsalia ac Philippis civium legiones, nedum Othonis ac Vitellii exercitus sponte posituri bellum fuerint: eadem illos deum ira, eadem hominum rabies, eaedem scelerum causae in discordiam egere. Quod singulis velut ictibus transacta sunt bella, ignavia principum factum est. Sed me veterum novorumque morum reputatio longius tulit: nunc ad rerum ordinem venio.
TRADUZIONE
1. Il desiderio di potere, antico e radicato nei mortali fin dall’inizio, con la grandezza dell’impero si sviluppò ed esplose; infatti, finché lo stato fu piccolo, l’eguaglianza era mantenuta facilmente. Ma quando, conquistato il mondo e annientate le città e i re rivali, si poté ambire senza ostacoli a una potenza sicura, si accesero le prime lotte tra patrizi e plebei. Vi furono ora tribuni turbolenti, ora consoli prepotenti, e in città e nel foro si ebbero i primi tentativi di guerre civili; poi, dalla plebe più umile, emerse Gaio Mario e, tra i nobili, il ferocissimo Lucio Silla, i quali trasformarono in dispotismo la libertà conquistata con le armi. Dopo questi Gneo Pompeo, più subdolo, non migliore, e in seguito non si combatté più se non per il primato assoluto. 2. Non deposero le armi le legioni composte di cittadini né a Farsalo né a Filippi; tanto meno gli eserciti di Otone e Vitellio avrebbero volontariamente rinunciato alla guerra: la stessa collera divina, la stessa follia degli uomini, le stesse cause scellerate li spinsero alla discordia. Se le guerre si conclusero con pochi colpi decisivi, ciò avvenne per la viltà dei principi. Ma la riflessione sui costumi antichi e recenti mi ha portato troppo lontano: ora ritorno alla narrazione ordinata dei fatti.
RIASSUNTO
In questo capitolo Tacito, prendendo spunto dal conflitto civile tra Otone e Vitellio, estende la sua riflessione all’intera storia di Roma, che gli appare come una catena ininterrotta di guerre civili.
Lo storico latino individua l’origine di questo fenomeno nella brama di potere, radicata nell’uomo fin dall’inizio e cresciuta a dismisura con l’espansione dell’impero romano. Finché Roma rimase una città di dimensioni modeste, infatti, l’equilibrio sociale fu facilmente mantenuto. Tuttavia, con la progressiva eliminazione dei nemici esterni – primi fra tutti la città di Cartagine e i reami orientali – le ambizioni si fecero più sfrenate, alimentando conflitti interni sempre più violenti.
Dalle prime lotte tra patrizi e plebei si passò alle prime avvisaglie di guerre civili, che culminarono nell’ascesa di figure dispotiche come Mario e Silla. In seguito, con Pompeo e gli altri protagonisti della tarda Repubblica, si lottò esclusivamente per la conquista del potere assoluto. Tacito osserva che le più recenti guerre civili tra Otone e Vitellio non rappresentano un’eccezione, bensì il proseguimento della stessa spirale di violenza che aveva caratterizzato le precedenti lotte per il potere. La rapidità con cui questi scontri si conclusero non derivò dalla saggezza dei contendenti, ma dalla loro viltà.
PERCORSI INTERDISCIPLINARI
- GUERRA – La guerra “ingiusta” per eccellenza: la guerra civile
“Historiae” Libro II, Capitolo 38: La storia di Roma, un’interminabile guerra civile