LUCIO ANNEO SENECA – “Epistulae morales ad Lucilium”, Epistola 90

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età giulio-claudia
AUTORE: Lucio Anneo Seneca
OPERA: “Epistulae morales ad Lucilium
GENERE: Raccolta di lettere
DATA: 62-65 d.C.
BRANO: Epistola 90

INDICE
RIASSUNTO E COMMENTO

RIASSUNTO E COMMENTO

Nella novantesima epistola a Lucilio Seneca si sofferma ad analizzare il rapporto tra sapienza filosofica e sviluppo della cultura materiale.


La FILOSOFIA, secondo Seneca, si occupa dell’anima, non si interessa delle attività manuali, delle necessità quotidiane o della produzione di oggetti materiali. Seneca si oppone nettamente al filosofo stoico Posidonio di Apamea, il quale sosteneva che furono i filosofi, nell’età dell’oro, a insegnare all’umanità l’arte di costruire case, fondere metalli, tessere, coltivare i campi, macinare, cucinare i cibi e costruire navi. Seneca, al contrario, ritiene che tutte queste scoperte siano frutto dell’acutezza d’ingegno, non della saggezza umana. Le invenzioni pratiche, secondo lui, furono opera degli artigiani, non dei filosofi, i quali, per natura, conducono una vita semplice, non necessitano delle comodità naturali e del lusso, ed evitano tutto ciò che è superfluo.
Seneca aggiunge che la filosofia è artefice della vita stessa e domina su tutte le altre arti. Il suo compito nobile è scoprire la verità sulle questioni umane e divine. Non è un dono divino assegnato a caso, ma una conquista che ogni uomo può ottenere con impegno e dedizione. Essa ci insegna il culto del divino e l’amore per l’umanità, il discernimento delle false opinioni, la capacità di evitare piaceri che causano rimpianti e la ricerca di beni che offrono soddisfazione duratura. Ci dimostra che la persona più felice è quella che non ha bisogno di cercare la felicità, e la più forte è quella che ha il pieno controllo di sé.
La filosofia, inoltre, non ci insegna solo a conoscere la nostra natura, ma anche quella dell’universo, svelando i principi della realtà: il logos eterno che permea il mondo, i semi che danno forma a tutti gli esseri viventi, l’anima e le sue origini, la sua sede, la sua durata e le parti in cui è divisa.


Per quanto riguarda la STORIA DELLA CIVILTÀ UMANA, Seneca manifesta una nostalgia per l’età delle origini e un atteggiamento critico verso l’evoluzione e il progresso, portatori di corruzione e miseria.
All’alba dei tempi, gli uomini vivevano in armonia con la natura, affidandosi all’opinione dei migliori fra di loro. Il filosofo riprende le idee di Posidonio di Apamea secondo cui, nell’età dell’oro, il potere era in mano ai saggi, che lo esercitavano senza tirannia per migliorare le condizioni di vita dei sudditi. Non c’era bisogno di leggi, perché gli uomini erano moralmente incorrotti.
La terra, senza essere coltivata, era generosa verso gli uomini, che non si contendevano i suoi frutti. C’era gioia nel raccogliere e condividere i doni della natura: tutto veniva equamente diviso, senza che nessuno avesse troppo o troppo poco. Il più forte non sopraffaceva il più debole e l’avaro non privava il prossimo del necessario. Fu l’avidità a spezzare questo equilibrio: nel desiderio di accumulare beni per sé, si finì per perdere tutto, trasformando l’abbondanza in miseria.
Non esistevano guerre e gli uomini, anziché versare il sangue dei propri simili, affrontavano coraggiosamente le bestie selvatiche. Trovavano riparo dal sole e dalle intemperie in semplici rifugi tra i boschi, trascorrendo notti serene e senza ansie. Dormivano all’aperto, sotto un cielo stellato che, nel suo silenzioso movimento, offriva uno spettacolo meraviglioso. Non cercavano oro, argento e pietre preziose nelle profondità della terra e, di conseguenza, non conoscevano abiti sgargianti, ornati di metalli preziosi. Oggi, invece, si agitano in letti lussuosi, tormentati dall’inquietudine.
Seneca conclude l’epistola sottolineando l’importanza dell’educazione alla virtù. Gli uomini primitivi erano innocenti non per scelta, ma perché non conoscevano il male. Tuttavia c’è una notevole differenza tra chi non fa il male perché non ne è capace e chi, conoscendolo, sceglie consapevolmente di evitarlo. Agli arbori della storia l’uomo non possedeva ancora virtù come giustizia, prudenza, temperanza o forza d’animo, anche se il suo modo di vivere poteva assomigliare a queste qualità. Solo attraverso l’istruzione e la pratica costante l’animo umano può sviluppare la vera virtù: siamo nati con il potenziale per la virtù, ma senza educazione anche i migliori tra noi rimangono solo con questa predisposizione, senza raggiungere la virtù pienamente.

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