DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età di Cesare
AUTORE: Tito Lucrezio Caro
OPERA: “De rerum natura”
GENERE DELL’OPERA: Poema epico didascalico
DATA DELL’OPERA: Prima metà del I secolo a.C.
BRANO: Libro III, Proemio, versi 1053-1075 (La noia)
INDICE
TESTO
TRADUZIONE
RIASSUNTO E COMMENTO
TEMI
PERCORSI INTERDISCIPLINARI
TESTO
1053. Si possent homines, proinde ac sentire videntur
1054. pondus inesse animo, quod se gravitate fatiget,
1055. e quibus id fiat causis quoque noscere et unde
1056. tanta mali tam quam moles in pectore constet,
1057. haut ita vitam agerent, ut nunc plerumque videmus
1058. quid sibi quisque velit nescire et quaerere semper,
1059. commutare locum, quasi onus deponere possit.
1060. Exit saepe foras magnis ex aedibus ille,
1061. esse domi quem pertaesumst, subitoque <revertit>,
1062. quippe foris nihilo melius qui sentiat esse.
1063. currit agens mannos ad villam praecipitanter
1064. auxilium tectis quasi ferre ardentibus instans;
1065. oscitat extemplo, tetigit cum limina villae,
1066. aut abit in somnum gravis atque oblivia quaerit,
1067. aut etiam properans urbem petit atque revisit.
1068. hoc se quisque modo fugit, at quem scilicet, ut fit,
1069. effugere haut potis est: ingratius haeret et odit
1070. propterea, morbi quia causam non tenet aeger;
1071 quam bene si videat, iam rebus quisque relictis
1072 naturam primum studeat cognoscere rerum,
1073. temporis aeterni quoniam, non unius horae,
1074. ambigitur status, in quo sit mortalibus omnis
1075. aetas, post mortem quae restat cumque manendo.
TRADUZIONE
Se, allo stesso modo in cui (proinde ac) sembrano sentire
che è presente nell’animo un peso, che li opprime con la (sua) pesantezza,
gli uomini potessero anche conoscere per quali cause ciò avvenga, e da dove
sorga nel cuore una mole così grande di male,
non condurrebbero in questo modo la vita, come ora per lo più (li) vediamo:
non sapere che cosa ciascuno desideri per sé, e cercare sempre,
mutare luogo come se si potesse deporre il peso.
Spesso esce fuori dai sontuosi palazzi colui
che si è annoiato di stare in casa, ma subito vi ritorna
come colui che si accorge che fuori non è affatto meglio.
Corre verso la villa di campagna spingendo i puledri a precipizio
ansioso (instans) come se portasse soccorso a una casa in fiamme;
appena ha toccato la soglia della villa, subito sbadiglia,
o inerte (gravis) cade nel sonno e cerca l’oblio,
o addirittura in fretta ritorna a vedere (petit atque revisit) la città.
In questo modo ognuno fugge sé stesso, ma a questi di certo, come accade,
non è possibile sfuggire: suo malgrado, vi resta attaccato e lo odia
per questo (propterea), perché malato non comprende la causa del male;
se la vedesse bene, ognuno, abbandonate le altre cose,
cercherebbe prima di tutto di conoscere la natura delle cose,
poiché si discute lo stato non di un’ora soltanto
ma del tempo perpetuo in cui i mortali dovranno rimanere
per tutto il tempo che resta dopo la morte.
RIASSUNTO E COMMENTO
In questo passo Lucrezio descrive uno stato di ossessiva insoddisfazione, un affanno interiore di cui l’uomo percepisce il peso senza conoscerne le cause e che lo rende confuso, incerto su ciò che desidera davvero, spingendolo a cambiare continuamente luogo alla ricerca di un sollievo illusorio.
Neppure gli uomini più facoltosi sono immuni da questa tensione esistenziale. Anche chi vive in sontuosi palazzi è sopraffatto dalla noia e fugge all’aperto in cerca di sollievo, salvo accorgersi ben presto che fuori non vi è nulla di meglio. Allora si precipita verso la campagna, spronando i cavalli come se dovesse domare un incendio, ma una volta giunto è di nuovo travolto dalla noia, così si rifugia nel sonno oppure fa immediato ritorno in città.
In breve, ogni uomo tenta di fuggire da sé stesso, ma non ci riesce, e finisce per odiarsi perché, pur essendo malato, ignora le cause del suo male. Se le comprendesse, metterebbe da parte ogni altra cosa per dedicarsi allo studio delle leggi della natura, dato che la questione non riguarda solo il presente, ma l’eternità che lo attende dopo la morte, qualunque sia la condizione in cui verrà a trovarsi – che si tratti dell’immortalità dell’anima, come sostenevano i platonici; di un’esistenza dell’anima fino alla fine del mondo, come affermavano gli stoici; o della sua mortalità, in accordo con la dottrina epicurea.
TEMI
Questo brano affronta il tema del VIAGGIO, inteso come commutatio loci, fuga da sé stessi per sfuggire alla noia e al disagio esistenziale, al MALE DI VIVERE.
Per approfondire v. TITO LUCREZIO CARO – “De rerum natura”, Libro III, versi 1053-1075: “Il “taedium vitae” e la “commutatio loci””
PERCORSI INTERDISCIPLINARI
- VIAGGIO – Il viaggio come fuga da sé stessi (la “commutatio loci”)
Il “taedium vitae” e la “commutatio loci” - MALE DI VIVERE
Il “taedium vitae” e la “commutatio loci”