PERCORSI INTERDISCIPLINARI
DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura italiana
CORRENTE: Decadentismo
AUTORE: Gabriele D’Annunzio
OPERA: “Il piacere”
GENERE: Romanzo psicologico
DATA: 1889
BRANO: Libro III, Capitolo III
ARGOMENTO: Maria Ferres, donna pura e angelicata
TESTO DEL COLLEGAMENTO
Nella vita di Gabriele D’Annunzio le donne ebbero un ruolo centrale, ma ambivalente.
Il Vate si mostrava nei loro confronti tanto manipolatore quanto dipendente, attratto dall’energia vitale che esse incarnavano, ma allo stesso tempo intimorito dalla loro forza e autonomia.
Per lui le donne erano fuoco di passione, muse ispiratrici, angeli da esaltare e prede da conquistare. Ma anche nemiche pericolose, capaci di minacciare le fondamenta del potere maschile e di metterne in discussione i privilegi.
Questa ambivalenza attraversa l’intera produzione narrativa dannunziana e riflette lo spirito del tempo, a cavallo tra Ottocento e Novecento: un’epoca caratterizzata dalla crisi delle certezze e dal progressivo affermarsi dell’emancipazione femminile. In questo contesto l’ideale dell’uomo forte, virile e padrone del proprio destino lascia spazio a figure maschili deboli, sottomesse, incapaci di decidere e di agire con fermezza.
Il protagonista del romanzo “Il piacere” (1889), Andrea Sperelli, è lacerato tra due donne, che incarnano due modelli femminili antitetici:
- MARIA FERRES è pura, innocente, spirituale. È madre e moglie devota, fedele ai propri valori etici e religiosi.
- ELENA MUTI, al contrario, è la donna libera, sensuale, misteriosa e sfuggente. Non si lascia mai completamente possedere, alimentando nell’uomo un senso di desiderio e di frustrazione.
Gli stessi nomi delle due donne sono emblematici: Maria allude al nome del Vergine, Elena richiama la fatale Elena di Troia.
Nel terzo capitolo del terzo libro del romanzo, Andrea attende in carrozza, in una gelida notte di febbraio, davanti a palazzo Barberini: è lì su invito di Elena, che lo ha attirato con un misterioso biglietto.
Davanti ai suoi occhi Roma, insolitamente innevata, si dispiega sotto un favoloso plenilunio, che avvolge la scena in un’atmosfera onirica e rarefatta. Nell’aria “impregnata come d’un latte immateriale”, il giardino del palazzo si trasforma in “una selva immobile di gigli enormi e difformi”, “un esanime paradiso di Selene”.
Circondato da quel candore quasi mistico, Andrea fantastica sulle due figure femminili che dominano il suo cuore.
L’immagine di Elena, donna sensuale e terrena ammantata di porpora, stride con la “soprannaturale bianchezza” del paesaggio, che sembra appartenere solo a Maria, donna pura e spirituale vestita di bianco ermellino.
Nel sogno a occhi aperti di Andrea, Maria, moderna incarnazione dell’archetipo della donna-angelo, avanza con passo lieve sulla neve, più bianca della neve stessa, mentre intorno a lei tutto tace, come in mistica attesa del suo passaggio. L’idealizzazione operata da Andrea si spinge ad attribuirle facoltà taumaturgiche: dalle sue mani, capaci di lenire le ferite, sbocciano sogni come fiori.
Eppure, un’ombra peccaminosa incrina anche questa visione, facendo affiorare l’elemento carnale nella donna angelicata: nel momento in cui si abbandona all’amplesso con l’amante, i capelli neri, trattenuti da una fascia, si sciolgono come “un gran flutto oscuro”, nel quale sembrano rifluire le tenebre notturne che la neve e la luna avevano scacciato.