PERCORSI INTERDISCIPLINARI
DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura italiana
CORRENTE: Verismo
AUTORE: Giovanni Verga
OPERA: “Primavera e altri racconti”
GENERE DELL’OPERA: Raccolta di novelle
DATA DELL’OPERA: 1876 (I edizione), 1877 (II edizione)
BRANO: “Nedda”
DATA DEL BRANO: 1874
ARGOMENTO: Una vita ai confini della comunità
TESTO DEL COLLEGAMENTO
Nella sua prima novella di stampo verista, “Nedda” (1874), Giovanni Verga affronta il tema dell’emarginazione sociale dei più umili, i quali, privi di risorse economiche, istruzione e tutele, vivono una condizione di estraneità rispetto alla vita collettiva, senza alcuna possibilità di riscatto.
La protagonista della novella è una giovane e povera raccoglitrice di olive, che ha la mamma malata, ormai in punto di morte; il suo unico sostegno è lo zio Giovanni, che le presta di tanto in tanto dei soldi.
Fin dalla sua prima apparizione, Verga sottolinea la condizione di reietta di Nedda. La novella si apre con la descrizione di un gruppo di giovani raccoglitrici di olive che, radunate attorno al fuoco per asciugare le vesti bagnate dalla pioggia, intonano canti festosi e parlano della cattiva raccolta. Alle compagne che la chiamano, Nedda risponde con “una voce breve dall’angolo più buio”, accoccolata su un fascio di legna: si è posta spontaneamente in disparte, consapevole della propria debolezza e vulnerabilità. Figlia di una miseria antica, tramandata implacabilmente di generazione in generazione (“così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia”), la giovane porta in sé uno stigma sociale che la rende schiva, passiva e taciturna: alle domande delle compagne replica con monosillabi e rifiuti; e quando la castalda distribuisce la razione di fave, aspetta per ultima, “colla sua scodelletta sotto il braccio”, che vi sia posto anche per lei.
L’evoluzione della vicenda non fa che accentuare la condizione di marginalità ed esclusione di Nedda.
Dopo la morte della madre, la giovane viene ulteriormente isolata dalla comunità: le compaesane la biasimano per aver ripreso il lavoro troppo presto e per non portare il lutto; il parroco, cogliendola nell’atto di cucire in giorno festivo, la addita come esempio di mancata osservanza delle feste religiose. Nel tentativo di riscattarsi, Nedda si dedica al lavoro nei campi del prete, ma diventa bersaglio di derisioni e insulti da parte dei giovani del villaggio, convincendosi di meritare quel trattamento ingiusto.
Nemmeno l’amore sincero di Janu riesce a sottrarla al suo destino: del resto anch’egli, di salute cagionevole, è una figura marginale, un reietto sociale. La sua morte prematura, causata da un incidente durante la raccolta, lascia Nedda nuovamente sola e, per di più, incinta.
In una società patriarcale che non perdona la miseria e condanna con durezza chi trasgredisce le regole del buon costume, Nedda partorisce una bambina “rachitica e stenta”, nell’isolamento più totale, marchiata dal disprezzo della comunità e sopraffatta dall’inasprirsi delle difficoltà economiche (“quando cercava del lavoro, le ridevano in faccia”). Lo zio Giovanni cerca di sostenerla ma la neonata, fragile e malnutrita, non sopravvive.
Nel dolore, Nedda ringrazia la Vergine per avergliela tolta, risparmiando alla piccola una vita di stenti e di emarginazione sociale.