LUCIO ANNEO SENECA – “De brevitate vitae”, Capitolo 2: Nessuno appartiene a sé stesso

PERCORSI INTERDISCIPLINARI

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura latina
CORRENTE: Età giulio-claudia
AUTORE: Lucio Anneo Seneca
OPERA: “De brevitate vitae
GENERE: Dialogo filosofico
BRANO: Capitolo 2
DATA: 49 d.C. oppure 62 d.C.
ARGOMENTO: Nessuno appartiene a sé stesso

TESTO DEL COLLEGAMENTO

Il senso profondo del secondo capitolo del “De brevitate vitae”, dedicato alle passioni distruttrici, che si impossessano dell’animo umano e lo sballottano di qua e di là come un mare in tempesta, è espresso da queste poche parole: “suus nemo est” (“nessuno appartiene a sé stesso”).

Seneca ci mostra l’alienazione dell’uomo, che siamo abituati a considerare come tipica della moderna società dei consumi e della tecnologia. In realtà si tratta di una condizione universale ed eterna: quando si allontana dalla propria interiorità, perdendosi in attività meccaniche e ripetitive o mettendosi al servizio degli altri o accumulando compulsivamente beni materiali, l’uomo si aliena, ovvero smarrisce sé stesso e la sua identità.

Seneca elenca le diverse tipologie dei cosiddetti occupati, ossia uomini in preda a vane passioni che fanno un uso scorretto del tempo, sprecando la loro esistenza: gli avidi di ricchezze; gli individui che si impegnano con grande sollecitudine in attività inutili; gli ubriaconi; i fannulloni; gli ambiziosi completamente dipendenti dal giudizio altrui; i mercanti che per l’incontenibile desiderio di arricchirsi viaggiano smaniosamente per terra e per mare; i soldati sempre attenti ai pericoli altrui o ansiosi per i propri; gli ossequiosi nei confronti dei superiori; coloro che si logorano per il desiderio della fortuna altrui o per la cura della propria; gli inconcludenti, che vengono sballottati da un progetto all’altro dalla loro insoddisfazione; gli indolenti privi di interessi, che la morte coglie mentre marciscono e sbadigliano.

Per dirla con le parole di Seneca “nemo se sibi vindicat”, cioè nessuno di questi stolti affaccendati rivendica sé a sé stesso e di conseguenza più nessuno di loro appartiene a sé stesso.

Poco più avanti il filosofo individua con efficacia la causa di questi comportamenti insensati, vale a dire l’incapacità dell’uomo di guardarsi dentro, di ascoltare la propria coscienza (“tecum esse non poteras”, “non eri in grado di stare con te stesso”).