LUIGI PIRANDELLO – “Il fu Mattia Pascal”, Capitolo VIII “Adriano Meis”

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura italiana
CORRENTE: Verismo, Decadentismo
AUTORE: Luigi Pirandello
OPERA: “Il fu Mattia Pascal
GENERE: Romanzo psicologico
DATA: 1904
BRANO: Capitolo VIII “Adriano Meis”

RIASSUNTO

Mattia decide di approfittare della presunta morte per diventare un altro uomo. Si percepisce come del tutto solo, ma proprio per questo pienamente libero, sciolto da ogni legame e obbligo, padrone di sé e del proprio avvenire. Intende custodire con cura questa libertà, evitando tutto ciò che può risultare gravoso o doloroso, riducendo la frequentazione degli uomini e dedicando il proprio tempo alla natura, alla quiete e alla contemplazione.

Il progetto di rinascita investe anche l’aspetto fisico. Dal barbiere di Alenga si fa accorciare la barba e, nel momento in cui si guarda allo specchio, si confronta con un volto nuovo che suscita in lui rifiuto e ostilità. Con la scomparsa dei peli, infatti, affiorano i connotati di Mattia Pascal: il mento piccolo e appuntito, il naso minuto e l’occhio strabico. Ciò lo costringe a immaginare una serie di correttivi esteriori, come lasciarsi crescere i capelli, portare occhiali colorati e indossare un cappello a larghe tese, che nella sua fantasia gli conferirebbero l’aspetto di un filosofo stravagante.

Il nome della nuova identità nasce per caso durante il viaggio in treno da Alenga a Torino. Mattia si trova nello scompartimento con due uomini che discutono animatamente di iconografia cristiana. Il più giovane insiste nel ripetere che alcune immagini ritenute rappresentazioni di Cristo in realtà raffigurano l’imperatore Adriano, ripetendo più volte quel nome, quasi rivolgendosi a lui. Quando i due scendono dal treno, Mattia continua a osservare la loro animata discussione. A un certo punto il più anziano grida il nome di uno studioso, “Camillo De Meis”. Mattia, colpito da quelle parole, elimina il “De” e unisce i due nomi che hanno attratto la sua attenzione: nasce così “Adriano Meis”.

Dopo aver reciso ogni legame con la vita precedente, Mattia è pervaso da una gioia nuova, quasi infantile. La libertà appena conquistata lo ha reso uno spettatore estraneo delle affannose occupazioni e brighe in cui gli altri continuano a dibattersi. Egli sorride a ogni cosa: agli alberi della campagna che gli corrono incontro nella loro fuga illusoria, alle ville in cui immagina i coloni intenti a sbuffare contro la nebbia e la siccità, agli uccelli spaventati dal fragore del treno.

Questo stato di levità ed ebbrezza interiore si interrompe bruscamente quando lo sguardo cade sull’anello nuziale che porta ancora al dito. L’oggetto gli appare come l’ultimo residuo della catena che lo lega al passato, un piccolo cerchio d’oro, leggero eppure così pesante. Pensa subito di liberarsene ma, temendo che l’anello possa essere ritrovato e contribuire a svelare la verità sulla sua presunta morte, sceglie una soluzione più sicura. Approfittando di una sosta del treno, lo intomba nel bagno del treno.

Per dare consistenza alla sua nuova identità, Mattia comincia a costruire mentalmente il passato di Adriano Meis, immaginandone con attenzione le origini e la storia familiare. Stabilisce anzitutto di essere figlio unico e, per sottrarsi a ogni possibile verifica, sceglie una nascita imprecisa: dapprima pensa di essere nato durante un viaggio in piroscafo, poi decide di collocare la nascita nella lontana Argentina, senza indicazioni più precise. Immagina quindi un padre, Paolo Meis, emigrato oltreoceano, inquieto e scavezzacollo, che dopo anni di stenti rientra in Italia grazie all’aiuto del padre. Costruisce anche la figura di un nonno affettuoso, con il quale sarebbe cresciuto in seguito alla morte prematura dei genitori: il padre morto di febbre gialla in America e la madre scomparsa quando egli era ancora bambino, così da non conservarne alcun ricordo.

Si rappresenta inoltre una vita trascorsa in luoghi diversi, prima a Nizza e poi di Torino. Proprio a Torino, dove è diretto, Mattia si propone di completare questa finzione, scegliendo strade, case e luoghi in cui ambientare l’infanzia e la storia del nuovo Adriano Meis.

Nei primi tempi della sua vita nei panni di Adriano Meis, la costruzione di questo nuovo sé gli procura una gioia nuova e intensa, sebbene accompagnata da malinconia. Egli si riconosce come un’“invenzione ambulante”. Si rende conto che la fantasia non può restituire la complessità della vita reale, fatta di intrecci innumerevoli, e comprende di dover restare separato dalla realtà autentica, poiché riallacciare i fili con essa sarebbe pericoloso per la sua nuova identità.

Per costruire il passato di Adriano Meis osserva attentamente i bambini, allo scopo di inventargli un’infanzia credibile, e crea gradualmente la figura del nonno ricavandone i tratti da molti anziani incontrati durante i suoi viaggi. Questo nonno immaginario diventa una presenza costante, quasi reale, che lo accompagna di città in città, tra musei e gallerie.

Mattia sperimenta un senso esaltante di libertà assoluta: può andare ovunque lo conduca il suo desiderio, a Firenze come a Venezia. Vive però isolato, parla pochissimo con gli altri per non essere costretto a mentire e viene spesso scambiato per uno straniero. La sua vera estraneità, tuttavia, deriva dall’essere ufficialmente morto, privo di identità giuridica e di legami sociali.

Col tempo, l’ozio lo induce a riflettere sul passato e sulle persone che ha lasciato, in particolare sulla moglie Romilda e sui parenti. Si chiede se qualcuno si sia recato al cimitero a fargli visita e immagina di essere stato sepolto senza cure, “come un cane, nel campo dei poveri”.

Viaggia anche all’estero, lungo il Reno, ma è costretto a imporsi dei limiti per ragioni economiche, dovendo vivere con pochissimo per tutta la vita. Progressivamente la solitudine comincia a pesargli. Tornato a Milano, in una fredda e piovosa giornata di novembre, avverte il bisogno di compagnia. L’incontro con un vecchio venditore di fiammiferi e con un cucciolo infreddolito gli appare come l’occasione di instaurare un legame affettivo semplice e innocente. Tuttavia l’idea di dover pagare una tassa per il cane gli sembra una compromissione della sua libertà assoluta. Rinunciando all’acquisto, comprende infine che quella libertà totale, tanto desiderata, è in realtà crudele e tirannica, poiché non gli consente neppure di comprare un cucciolo.

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