NICCOLÒ MACHIAVELLI – “Il principe”, Capitolo III

INDICE
DATI GENERALI
IL CAPITOLO IN BREVE
RIASSUNTO DETTAGLIATO

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura italiana
CORRENTE: Rinascimento
AUTORE: Niccolò Machiavelli
OPERA: “Il principe
GENERE DELL’OPERA: Trattato politico
DATA DELL’OPERA: 1532
BRANO: Capitolo III “De Principatibus mixtis” (I Principati misti)

Torna all’indice

IL CAPITOLO IN BREVE

I principati nuovi e misti sono più difficili da mantenere di quelli ereditari perché l’occupazione militare del nuovo principe danneggia inevitabilmente i sudditi ce delude anche chi lo ha aiutato ad acquistare il potere. Anche con eserciti potenti, il favore popolare è indispensabile: Luigi XII perse subito Milano perché le popolazioni deluse smisero di sostenerlo.

Machiavelli distingue tra la conquista di territori della stessa nazionalità e cultura del principe, relativamente semplici da conservare, e quella di territori diversi per lingua, costumi e istituzioni. Per governare questi ultimi propone alcune soluzioni: risiedere personalmente nel territorio conquistato; fondare colonie (economiche e poco dannose) o ricorrere a presidi militari (costosi e generatori di nuovi nemici); proteggere i vicini deboli; indebolire i potenti locali; impedire l’ingresso di altre potenze straniere.

I Romani vengono presentati come modello esemplare di applicazione di questi principi.

Al contrario il re francese Luigi XII commise molti errori nell’occupazione dell’Italia: aver rafforzato il papa cedendogli la Romagna; aver diviso il regno di Napoli con la Spagna, introducendo così un rivale pericoloso; non essersi stabilito in Italia; non aver fondato colonie; aver contribuito a indebolire Venezia, che avrebbe potuto fare da contrappeso agli altri Stati.

Torna all’indice

RIASSUNTO DETTAGLIATO

LE DIFFICOLTÀ DI GOVERNARE I PRINCIPATI MISTI

Nel capitolo precedente Machiavelli ha definito i principati ereditari come i più agevoli da governare e mantenere. In questo capitolo l’attenzione si sposta sui principati nuovi e su quelli misti, che presentano invece difficoltà assai maggiori.

L’instabilità del principato misto deriva da una difficoltà naturale: gli uomini cambiano volentieri signore, convinti di migliorare la propria condizione, ma quasi sempre si trovano a stare peggio di prima. Il nuovo principe, infatti, è costretto per necessità a ledere gli interessi dei sudditi appena acquisiti, attraverso l’occupazione militare e altri torti inevitabili, e si ritrova pertanto a farsi molti nemici. Al tempo stesso non riesce a guadagnarsi la fedeltà di coloro che lo hanno aiutato a conquistare il principato, poiché non può soddisfarli nelle loro aspettative né trattarli con durezza, in ragione degli obblighi assunti verso di loro.

Ma anche un principe dotato di eserciti potentissimi ha sempre bisogno del favore della popolazione locale per consolidare il proprio dominio. A conferma di ciò Machiavelli porta l’esempio di LUIGI XII DI FRANCIA, che occupò Milano nel 1499 e la perse quasi subito. Infatti bastarono le sole forze di Ludovico il Moro a scacciarlo, poiché le popolazioni che gli avevano aperto le porte, trovandosi deluse nelle aspettative riposte nel nuovo signore, non riuscirono a tollerare le molestie da lui causate.

Tuttavia i territori ribelli, una volta riconquistati, sono più difficili da perdere una seconda volta. Il principe infatti, avendo tratto insegnamento dalla ribellione precedente, punisce i traditori, elimina i sospetti e rafforza le proprie difese. Ciò spiega perché la prima volta bastarono le sole forze di Ludovico il Moro per far perdere Milano alla Francia, mentre la seconda volta fu necessario che il mondo intero si armasse per scacciarla dall’Italia.

Machiavelli distingue due casi:

  • quando un principe conquista territori che appartengono alla sua stessa nazionalità e lingua,
  • quando conquista territori diversi per lingua, costumi e istituzioni.

GOVERNO DI PRINCIPATI MISTI CON STESSA NAZIONALITÀ E CULTURA

Nel primo caso la conservazione è molto più semplice, soprattutto se quei territori non sono abituati a vivere in libertà. Per governarli con sicurezza è sufficiente adottare alcuni accorgimenti: estinguere la dinastia del principe precedente, non modificare né le leggi né le imposte, mantenere le condizioni di vita preesistenti e rispettare i costumi locali. È quanto accadde in Borgogna, Bretagna, Guascogna e Normandia, da lungo tempo unite alla Francia.


GOVERNO DI PRINCIPATI MISTI CON DIVERSA NAZIONALITÀ E CULTURA

Nel secondo caso la conservazione richiede grande fortuna e impegno:

  • Una delle soluzioni più efficaci è che il principe vada a risiedere personalmente nel territorio conquistato, come fecero i Turchi nella penisola balcanica. Risiedendo sul posto, il principe vede nascere i disordini in tempo e può porvi rimedio; i funzionari non possono depredare la regione impunemente; i sudditi possono ricorrere facilmente al loro principe; infine, la presenza di quest’ultimo scoraggia eventuali aggressioni esterne.
  • Una seconda soluzione è stabilire colonie in luoghi strategici. Le colonie comportano costi minimi: il principe deve soltanto espropriare i campi e le case di una piccola parte della popolazione per assegnarli ai coloni. I danneggiati sono pochi, e quindi incapaci di nuocere; gli altri abitanti, non subendo danni diretti, tendono a stare quieti, frenati dal timore che possa toccare anche a loro la stessa sorte. A questo proposito Machiavelli enuncia un principio generale: gli uomini devono essere trattati con indulgenza oppure annientati, poiché si vendicano delle offese lievi ma non possono vendicarsi di quelle gravi. Chi offende deve pertanto farlo in modo da rendere impossibile per l’offeso qualsiasi rivalsa.
  • Il ricorso al presidio militare di fanti e cavalieri, al contrario delle colonie, è assai costoso e dannoso: consuma tutte le entrate della regione, colpisce l’intera popolazione con gli spostamenti delle truppe e genera molti nemici che, anche se sconfitti, rimangono nel territorio e continuano a nuocere.
  • Il principe, inoltre, deve seguire altre tre regole fondamentali: farsi protettore dei vicini meno potenti, indebolire i potenti locali e impedire che un altro straniero di pari forza penetri nei domini conquistati. Machiavelli osserva che lo straniero viene quasi sempre chiamato dal malcontento locale, come accadde ai Romani, che furono chiamati in Grecia dagli Etoli. È nella natura delle cose che, non appena uno straniero entra in un territorio, tutti i meno potenti facciano causa comune con lui per risentimento contro chi li ha dominati fino a quel momento. Lo straniero deve però vigilare che questi alleati locali non acquistino troppo potere. Con il loro aiuto e con le proprie forze potrà abbattere i potenti e diventare arbitro assoluto della regione.

ESEMPLARE CONDOTTA DI GOVERNO DEI ROMANI

I ROMANI applicarono in modo esemplare le norme esposte: istituirono colonie, tennero a freno i meno potenti senza accrescerne il potere, abbatterono i più forti e impedirono ad altri stranieri di acquisire influenza nei territori conquistati. Nella penisola balcanica, ad esempio, controllarono Achei ed Etoli, cacciarono Antioco re di Siria, indebolirono la Macedonia e respinsero le proposte del re macedone Filippo V, rifiutandosi di stringere con lui un’alleanza senza prima ridimensionarne il potere.

I Romani si comportarono da governanti avveduti, che non considerano solo gli ostacoli presenti, ma anche quelli futuri. Le difficoltà previste in anticipo si curano facilmente, ma se lasciate crescere diventano incurabili, come la tisi che all’inizio è facile da curare ma difficile da diagnosticare, e col tempo diventa facile da diagnosticare ma impossibile da curare.

I Romani non si cullarono mai nella speranza di evitare una guerra, sapendo che una guerra rinviata non viene eliminata, ma solo rimandata a vantaggio del nemico. Così preferirono combattere Filippo e Antioco nella penisola balcanica piuttosto che doverli affrontare in Italia. Rifiutarono il precetto, tanto diffuso ai tempi di Machiavelli, di “attendere i vantaggi che il tempo porta con sé“, consapevoli che il tempo può portare con sé tanto il bene quanto il male.


ERRORI POLITICI DI LUIGI XII RE DI FRANCIA

A questo punto Machiavelli esamina la politica di LUIGI XII in Italia come esempio degli errori da evitare nell’amministrazione dei territori conquistati.

Il re di Francia fu chiamato in Italia dall’ambizione dei Veneziani, i quali speravano di ottenere metà della Lombardia. Per Luigi XII si trattava di un’alleanza obbligata, poiché non disponeva di altri alleati nella penisola, e dunque non necessariamente sbagliata in sé. Dopo aver conquistato la Lombardia, il re francese recuperò rapidamente prestigio e si circondò di numerosi alleati (signori, città e potentati italiani) che, se fossero stati ben gestiti, avrebbero potuto costituire un solido sistema difensivo.

Luigi XII, invece, commise una serie di errori. Il primo fu quello di aiutare papa Alessandro VI a conquistare la Romagna: in questo modo indebolì sé stesso, perse alleati e rafforzò la Chiesa. Costretto dalle conseguenze di questo errore iniziale a proseguire nella stessa direzione, dovette tornare in Italia per frenare le ambizioni del papa sulla Toscana. In seguito divise il Regno di Napoli con la Spagna, rinunciando così al ruolo di arbitro assoluto della penisola e introducendovi un potente rivale, al quale avrebbero potuto rivolgersi tutti gli scontenti. Machiavelli precisa che il desiderio di accrescere il proprio potere è naturale e lodevole quando si possiedono le forze necessarie per realizzarlo, ma diventa biasimevole quando si tenta di farlo senza disporre di mezzi adeguati. Per questo motivo, la divisione della Lombardia con i Veneziani era scusabile, perché necessaria, mentre quella del Regno di Napoli con la Spagna non aveva alcuna giustificazione.

Gli errori commessi da Luigi XII furono complessivamente sei: aver eliminato i più deboli; aver rafforzato un potente rivale, cioè la Chiesa; aver introdotto in Italia un’altra grande potenza straniera, la Spagna; non essere venuto a risiedere nella penisola; non avervi istituito colonie; aver infine contribuito alla perdita di quasi tutti i territori di terraferma di Venezia. Quest’ultimo errore fu il più grave: una Venezia forte avrebbe impedito agli altri Stati di impadronirsi della Lombardia, mentre il suo indebolimento lasciò campo libero agli avversari.

Machiavelli respinge le possibili obiezioni al suo ragionamento:

  • Alla tesi secondo cui Luigi avrebbe ceduto la Romagna e il Regno di Napoli per evitare delle guerre, oppone il principio precedentemente enunciato secondo cui le guerre non si possono evitare ma soltanto rimandare, e sempre a proprio svantaggio.
  • Quanto all’ipotesi che il sovrano francese avesse agito per mantenere le promesse fatte al papa, in cambio dello scioglimento del proprio matrimonio e della concessione della porpora cardinalizia all’arcivescovo di Rouen, Machiavelli rimanda al capitolo XVIII, nel quale affronta la questione del rispetto della parola data da parte dei principi.

Machiavelli conclude con un aneddoto personale. A Nantes, mentre parlava con il cardinale di Rouen nel periodo in cui Cesare Borgia detto il Valentino stava occupando la Romagna, il cardinale affermò che gli Italiani non comprendevano l’arte della guerra. Machiavelli gli rispose che erano i Francesi a non comprendere la politica, perché, se l’avessero compresa, non avrebbero permesso alla Chiesa di diventare tanto potente.

La regola generale che se ne ricava è che chi favorisce l’ascesa di un altro determina inevitabilmente la propria rovina. Tale ascesa, infatti, si realizza grazie alla sua astuzia o alla sua forza, e chi è diventato potente diffiderà sempre di colui che gli ha fornito i mezzi per affermarsi.

Torna all’indice

Capitolo precedente          •          Capitolo successivo

Vai alla scheda dell’opera