NICCOLÒ MACHIAVELLI – “Il principe”, Capitolo VII

INDICE
DATI GENERALI
IL CAPITOLO IN BREVE
RIASSUNTO DETTAGLIATO

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura italiana
AUTORE: Niccolò Machiavelli
OPERA: “Il principe
GENERE DELL’OPERA: Trattato politico
DATA DELL’OPERA: 1532
BRANO: Capitolo VII “De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur” (Principati nuovi che si acquistano con le armi altrui e con la fortuna)

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IL CAPITOLO IN BREVE

Chi diventa principe per fortuna (denaro o concessione altrui) conquista facilmente lo Stato ma fatica a conservarlo, perché dipende dalla volontà instabile di chi lo ha innalzato. Solo una grande virtù personale permette di costruire, dopo la conquista, le solide basi che altri pongono prima.

Machiavelli contrappone Francesco Sforza, che divenne duca di Milano per virtù propria e conservò facilmente il potere, a Cesare Borgia, il duca Valentino, che lo ottenne grazie alla fortuna del padre Alessandro VI e lo perse quando questa venne meno, pur avendo agito con prudenza e abilità. Segue il racconto delle sue imprese: grazie all’appoggio francese conquistò la Romagna, poi eliminò con l’inganno i rivali Orsini a Senigallia, affidò il governo della regione al crudele Ramiro d’Orco per ristabilire l’ordine e in seguito lo fece giustiziare pubblicamente per scaricare su di lui l’odio popolare. Consapevole dei rischi legati alla futura morte del padre, pianificò di eliminare i signori sconfitti e guadagnarsi il favore della nobiltà romana e dei cardinali. Il piano fallì solo perché Alessandro VI morì prima del previsto, proprio mentre il duca stesso era gravemente malato.

Machiavelli lo giudica un modello esemplare per chi conquista il potere con la fortuna, attribuendo la sua caduta a questa sfortunata coincidenza e all’unico vero errore commesso: aver favorito l’elezione di papa Giulio II, un nemico che non avrebbe mai dovuto lasciar salire al soglio pontificio.

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RIASSUNTO DETTAGLIATO

I PRINCIPATI FONDATI SULLA FORTUNA

Chi diventa principe da semplice cittadino soltanto per fortuna, cioè per denaro o concessione altrui, conquista lo Stato senza difficoltà, ma incontra enormi ostacoli nel conservarlo. Questi principi dipendono infatti dalla volontà e dalla sorte di coloro che li hanno innalzati al potere, due elementi estremamente mutevoli e instabili.

Chi è sempre vissuto da privato cittadino, infatti, di norma non sa comandare, a meno che non sia dotato di ingegno e capacità politica; inoltre non dispone di truppe fedeli sulle quali poter fare affidamento.

Gli Stati che si formano rapidamente sono come gli organismi naturali a crescita troppo rapida: privi di radici solide, crollano alla prima burrasca. L’unica eccezione si verifica quando il principe possiede una virtù tale da sapersi subito adoperare per conservare ciò che la fortuna gli ha concesso e da costruire, dopo la conquista, quelle fondamenta che gli altri pongono prima di raggiungere il potere.


UN PRINCIPE VIRTUOSO IN BALIA DELLA FORTUNA: CESARE BORGIA, IL DUCA VALENTINO

Machiavelli presenta due esempi contemporanei di principi nuovi.

FRANCESCO SFORZA, principe per virtù, divenne duca di Milano da semplice cittadino grazie all’impiego di mezzi adeguati e alla sua straordinaria energia. Dovette affrontare innumerevoli difficoltà per conquistare lo Stato, ma, una volta ottenutolo, riuscì a conservarlo con poca fatica.

CESARE BORGIA, IL DUCA VALENTINO, principe per fortuna, acquistò invece lo Stato grazie alla fortuna del padre, papa Alessandro VI, e, venuta meno quella, perse anche il suo dominio. Ciò avvenne sebbene egli si fosse comportato da uomo prudente e virtuoso. Se infatti si esaminano tutti i provvedimenti adottati dal duca, appare evidente che egli predispose solidi sostegni alla propria futura potenza, e se tali mezzi non gli giovarono non fu per sua colpa, ma per “una straordinaria ed estrema malvagità della sorte”.

Alessandro VI voleva procurare uno Stato al figlio, ma poteva farlo soltanto all’interno dei territori della Chiesa. Tuttavia il duca di Milano e i Veneziani si opponevano, poiché Faenza e Rimini erano già poste sotto la tutela veneziana. Inoltre, gli eserciti italiani erano controllati dalle famiglie Orsini e Colonna, le quali temevano il potere del papa e non erano affidabili. Per creare uno spazio di potere per il figlio, il pontefice dovette pertanto scompaginare gli equilibri politici italiani. Sfruttò la volontà dei Veneziani di favorire il ritorno dei Francesi in Italia e appoggiò il re Luigi XII, risolvendo le questioni legate al suo matrimonio. Ottenuti il consenso del papa e l’appoggio dei Veneziani, Luigi XII entrò in Italia e giunse a Milano, fornendo poi ad Alessandro VI le truppe necessarie per avviare l’impresa di Romagna.

Dopo aver conquistato la Romagna e sconfitto i Colonna, Cesare Borgia volle espandersi ulteriormente, ma si scontrò con l’inaffidabilità degli Orsini e del re di Francia. Ebbe conferma delle sospette intenzioni degli Orsini quando, dopo aver espugnato Faenza, assalì Bologna e li vide combattere senza entusiasmo. Comprese invece le intenzioni di Luigi XII quando, dopo aver conquistato il ducato di Urbino, mosse contro la Toscana e il re francese lo costrinse a desistere dall’impresa.

In seguito a tali avvenimenti, Cesare Borgia decise di non dipendere più dalle armi e dalla fortuna altrui.

Per indebolire gli Orsini e i Colonna a Roma attirò dalla sua parte i membri delle due famiglie, offrendo loro stipendi, onori e cariche militari e politiche. Quando si resero conto della minaccia rappresentata dal duca Valentino, gli Orsini si riunirono nella dieta di Magione, provocando la ribellione di Urbino e tumulti in Romagna. Borgia riuscì tuttavia a superare tali pericoli grazie all’aiuto francese. Quindi, non fidandosi più della Francia né degli altri alleati, ricorse all’inganno. Dopo essersi apparentemente riconciliato con gli Orsini e averli colmati di doni, li attirò con l’inganno a Senigallia e ne eliminò i capi; si assicurò poi la fedeltà dei loro seguaci, consolidando il controllo sulla Romagna e su Urbino.

Si accorse però che la Romagna era stata fino ad allora dominata da signori inetti, i quali l’avevano depredata e disgregata. Per renderla pacifica e sottomessa, giudicò quindi necessario dotarla di un buon governo. Pose a capo della regione Ramiro d’Orco, uomo crudele e risoluto, affinché ristabilisse l’ordine. In poco tempo, Ramiro riuscì a pacificare e unificare il territorio. A questo punto, però, per evitare che tanta crudeltà suscitasse odio, Borgia sostituì quel potere autoritario con un tribunale civile centrale. Successivamente, per liberarsi da ogni responsabilità per le durezze passate, fece giustiziare Ramiro d’Orco e ne fece esporre il corpo, tagliato in due, nella piazza di Cesena, un gesto spettacolare che lasciò il popolo al tempo stesso soddisfatto e sbigottito.

Consapevole che il re di Francia intendeva frenare la sua espansione, il duca approfittò del conflitto tra Francesi e Spagnoli nel Regno di Napoli per cercare nuove alleanze e liberarsi dalla dipendenza francese.

Temendo che un nuovo papa potesse revocargli i domini concessi da Alessandro VI, pianificò quattro azioni: sterminare le dinastie dei principi sconfitti, così da togliere al futuro pontefice la possibilità di riportarli al potere; guadagnare alla propria causa l’aristocrazia romana, per tenere in scacco il papa; accrescere la propria influenza tra i cardinali che avrebbero eletto il successore al soglio pontificio; acquisire potere e territori sufficienti prima della morte del padre, così da poter resistere con le proprie forze a un attacco.

Alla morte di Alessandro VI, Cesare Borgia aveva attuato quasi interamente il proprio piano: aveva massacrato quasi tutti i signori sconfitti, aveva legato a sé i nobili romani e controllava gran parte del collegio cardinalizio. Sul piano territoriale, inoltre, controllava già Perugia e Piombino, proteggeva Pisa e mirava a occupare Lucca, Siena e Firenze. Se fosse riuscito a conquistare la Toscana nell’anno stesso della morte del padre, avrebbe potuto reggersi da solo, senza dipendere dalla fortuna né dalle armi altrui.

Alessandro VI, tuttavia, morì dopo soli cinque anni dall’inizio delle imprese del figlio, lasciandogli saldamente assicurata soltanto la Romagna. Il duca si trovò così stretto tra due eserciti nemici, quello francese e quello spagnolo; e, soprattutto, gravemente ammalato. Nonostante le condizioni disperate, la solidità delle strutture da lui create gli permise di mantenere fedele la Romagna per oltre un mese, di dimorare al sicuro a Roma e di condizionare l’elezione del nuovo papa, Giulio II. Borgia stesso confessò a Machiavelli di aver previsto e considerato ogni possibile scenario legato alla morte del padre, tranne la possibilità di trovarsi anch’egli in punto di morte nello stesso momento.


GIUDIZIO COMPLESSIVO SU CESARE BORGIA

Dopo aver passato in rassegna le imprese di Cesare Borgia, Machiavelli non trova nulla da criticare e lo propone come modello supremo da imitare per chi sia salito al potere grazie alla fortuna e con truppe altrui. I suoi grandiosi progetti fallirono unicamente a causa della brevità della vita di Alessandro VI e della sfortunata concomitanza della morte del pontefice con la malattia del duca.

Non si può trovare un modello migliore del duca Valentino, se in un principato nuovo si ritiene necessario proteggersi dai nemici e procurarsi alleati, vincere con la forza o con l’inganno, farsi amare e temere dal popolo, seguire e rispettare dai soldati, rinnovare gli antichi ordinamenti, dimostrarsi severo ma al tempo stesso gradito, magnanimo e liberale, sopprimere le milizie infedeli e crearne di nuove, mantenere l’amicizia di re e principi in modo che siano inclini a concedere benefici e cauti nell’attaccare.

L’unica colpa imputabile a Cesare Borgia fu quella di aver favorito l’elezione di papa Giulio II, appartenente alla famiglia Della Rovere. Non potendo far eleggere un pontefice di sua completa fiducia, il duca non avrebbe mai dovuto acconsentire all’ascesa di un cardinale che aveva offeso o che avrebbe temuto il suo potere, poiché gli uomini attaccano per odio o per paura. Tra i cardinali danneggiati da Cesare Borgia vi erano Della Rovere, Colonna, Riario e Ascanio Sforza. Tutti gli altri, una volta divenuti papi, avrebbero temuto la potenza del duca Valentino, con l’eccezione del cardinale di Rouen e dei cardinali spagnoli: questi ultimi per i legami di parentela e per i benefici ricevuti da Alessandro VI; il cardinale di Rouen perché già molto potente e sostenuto dal re di Francia. Cesare Borgia avrebbe pertanto dovuto favorire l’elezione di un pontefice spagnolo e, non riuscendovi, avrebbe dovuto adoperarsi affinché fosse eletto il cardinale di Rouen, anziché Della Rovere.

Chi ritiene che i grandi personaggi possano dimenticare le antiche offese in virtù dei nuovi benefici ricevuti si inganna. Il duca errò nella propria scelta e divenne egli stesso causa della sua rovina definitiva.

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