PLATONE – “Repubblica”, Libro II

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura greca, Filosofia
CORRENTE: Periodo di transizione dall’Età classica all’Ellenismo
AUTORE: Platone
OPERA: “Repubblica
GENERE: Dialogo filosofico
DATA: IV secolo a.C.
BRANO: Libro II

RIASSUNTO

Nel secondo libro Glaucone dice a Socrate di non essere rimasto soddisfatto dalle conclusioni del precedente discorso, poiché non è emerso nessun argomento davvero persuasivo a favore della superiorità del giusto sull’ingiusto.

Egli propone quindi a Socrate una classificazione dei beni, da cui scaturisce la distinzione tra:

  • beni che si desiderano solo per sé stessi e non per i vantaggi che procurano;
  • beni che si desiderano sia per sé stessi sia per i vantaggi che procurano (ad esempio l’intelligenza e la salute);
  • beni che si desiderano non per sé stessi ma per i vantaggi che procurano (ad esempio lavorare per guadagnare un salario).

A quale gruppo appartiene la giustizia?

  • Secondo SOCRATE la giustizia appartiene al secondo gruppo: essa, infatti, è una virtù in sé ma è anche un vantaggio per chi la pratica, perché l’uomo giusto ricava dalle sue azioni virtuose il bene della felicità.
  • Per GLAUCONE, invece, la giustizia appartiene alla terza categoria di beni: essa viene perseguita per la buona reputazione che ne deriva, ma in sé è un obbligo difficile da assolvere.
    L’uomo nasce ingiusto e ritiene l’ingiustizia molto più vantaggiosa della giustizia. È opinione diffusa che il commettere ingiustizia sia un bene e subirla un male.
    Poiché hanno sperimentato che è più grande il male del subire ingiustizia rispetto al bene derivato dal compierla, agli uomini è parso vantaggioso stipulare un patto per non farsi ingiustizia a vicenda. Hanno emanato delle leggi e considerato giusto ciò che è conforme ad esse. Si tratta, però, di una via di mezzo tra una opzione migliore, ma impraticabile, e cioè commettere ingiustizia senza pagarne la pena, e un’opzione peggiore, cioè subire ingiustizia senza avere la forza di vendicarsi.
    Viene narrato il mito di Gige, che dimostra come ci si distacchi dal comportamento giusto non appena si ha l’opportunità di farlo senza subire danno:
    Gige era un bovaro al servizio del re di Lidia. A causa delle forti piogge e di un terremoto, nel luogo dove teneva il gregge al pascolo si aprì una profonda voragine. Meravigliato, il pastore discese nel burrone e scoprì, tra le meraviglie di quel luogo sotterraneo, un enorme cavallo di bronzo all’interno del quale si trovava il cadavere di un gigante, con un bellissimo anello d’oro al dito. Gige se ne impadronì e, indossandolo, si accorse per caso che, girando il castone dalla parte interna della mano, diventava invisibile, mentre tornava visibile quando girava il castone verso l’esterno. Fece quindi in modo di essere incluso tra i messaggeri personali del re e, grazie al potere dell’invisibilità, divenne l’amante della regina, congiurò insieme a lei contro il re, lo uccise e si impadronì del potere.
    Il mito dimostra che l’uomo ingiusto gode di numerosi vantaggi.
    Glaucone mette a confronto una persona ingiusta, che pratica l’ingiustizia con scientifica determinazione, con una persona semplice e nobile, che non vuole sembrare giusto, ma esserlo davvero. Se entrambi perseverano nei loro comportamenti fino alla morte, chi sarà il più felice? Il giusto, afferma Glaucone, verrà maltrattato da tutti e concluderà la sua vita da miserabile, l’ingiusto, invece, avrà potere e successo.

Sopraggiunge ADIMANTO, fratello di Glaucone, il quale afferma che nell’educazione impartita dai genitori la giustizia viene elogiata per la buona reputazione che ne deriva. Anche nell’opinione dei poeti la giustizia è raccomandata per la doxa (“opinione”) e il timè (“onore”) che ne conseguono. Tuttavia una giustizia fondata su questi valori è eteronoma, cioè dipendente da una legge fissata da altri.

Adimanto lamenta che nessuno abbia mai adeguatamente argomentato che l’ingiustizia è il maggiore di tutti i mali mentre la giustizia è il bene più grande. Lancia questa sfida a Socrate: dimostrare che la giustizia è un bene indipendentemente dalle opinioni, dai pregiudizi e dalle convenzioni sociali.

Per soddisfare questa richiesta, SOCRATE ritiene necessario assumere una prospettiva più ampia, passando dalla riflessione sul singolo individuo a quella sulla polis intera, in modo da comprendere la giustizia su un livello più elevato, nell’elemento più grande, per poi applicarla al più piccolo.

Socrate sostiene che l’ingiustizia non è innata nell’uomo, ma deriva dal disordine e dalla disarmonia. Al contrario, la giustizia è legata all’ordine, all’armonia e alla bellezza.

Socrate invita a individuare, nell’evoluzione di una città, il momento in cui emerge l’ingiustizia.

La citta nasce perché l’uomo ha molteplici bisogni che non può soddisfare da solo (cibo, casa, abbigliamento, ecc.): il modo migliore per appagarli è costituire una comunità di individui in cui viga la divisione del lavoro sulla base delle doti e della naturale vocazione di ciascuno.

Dai bisogni elementari, propri di una città dai gusti semplici (Platone la chiama “città dei porci”), si passa alla moltiplicazione e al raffinamento dei bisogni, al desiderio di ricchezza della “città lussuosa”.

Il lusso è fonte di conflitti e di guerre.

Con il suo ragionamento Socrate ha individuato le origini e le cause dell’ingiustizia, quindi passa a delineare un progetto educativo finalizzato a creare una classe di difensori in grado di prendere in mano le redini della città, immersa nel lusso e nei vizi, e ripristinare costumi buoni e virtuosi.

La città lussuosa ha bisogno di un esercito, formato dalla classe dei guardiani (in greco phylakes, “difensori”). La dote richiesta al guardiano è il thymos (“vigore fisico”, “coraggio”, ma anche “ira”), associato alla mitezza nei confronti degli amici (come i cani da guardia, che sono docili con il padrone e aggressivi con gli estranei).

Il felice connubio tra queste doti si ottiene mediante un’adeguata educazione, basata sulla ginnastica e soprattutto sulla musica, che comprende l’insieme delle arti presiedute dalle Muse, cioè la poesia, la letteratura, la musica propriamente detta, il teatro, il canto e la danza.

Socrate polemizza contro i mythopoi, gli “scrittori di miti”, ovvero gli autori di quei racconti che rappresentano la prima formazione della mente dei bambini. Occorre fare in modo che i fanciulli ascoltino soltanto storie realmente educative, capaci di ispirare una condotta virtuosa. Sul banco d’accusa finiscono Omero ed Esiodo, colpevoli di aver attribuito agli eroi e agli dei atteggiamenti e comportamenti degni del peggiore degli uomini (violenza, competitività, immoralità). La poesia dovrà quindi essere sottoposta a censura, in modo da trasmettere ai giovani l’idea di una divinità etica e razionale e da inculcare loro il timore degli dei.

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