Le donne sono state oggetto di una delle forme di discriminazione più antiche e radicate: l’idea dell’inferiorità naturale del sesso femminile, infatti, percorre tutta la storia del pensiero occidentale fin dagli arbori.
Nella società greca classica, con la sola eccezione di Sparta, le donne vivevano segregate sotto la tutela di padri, fratelli e mariti; le loro principali funzioni erano quelle di dare alla luce figli legittimi e di amministrare
l’oîkos (ovvero la casa e il patrimonio familiare), di cui il marito deteneva la proprietà.
La tragedia classica e la commedia di mezzo offrono numerose testimonianze della condizione di esclusione e reclusione delle donne:
- LETTERATURA GRECA – EURIPIDE, “Medea” Primo episodio, versi 214-409: La triste condizione della donna
- LETTERATURA GRECA – ARISTOFANE, “Lisistrata”: Il dialogo tra Lisistrata e il Probulo
Pur non essendo in alcun modo un femminista
ante litteram,
PLATONE è il primo filosofo a teorizzare le pari opportunità fra uomini e donne.
Nel quinto libro della “Repubblica” il filosofo afferma che nello Stato ideale non può esserci discriminazione di genere legata ai ruoli e alle attitudini: ispirandosi al mondo animale, osserva come alle femmine dei cani da guardia vengano assegnati, senza difficoltà, gli stessi compiti di caccia e di custodia assegnati ai maschi.
Nel settimo libro dello stesso dialogo ribadisce che nello Stato ideale anche le donne possono governare, qualora possiedano le doti naturali indispensabili, e propugna un nuovo ideale pedagogico, teso a valorizzare la persona a prescindere dal sesso:
Tuttavia nel successivo dialogo del “Timeo”, l’atteggiamento di Platone si fa contraddittorio. Nel prologo torna a ribadire che le donne possono beneficiare della stessa educazione e svolgere le stesse mansioni degli uomini:
Ma poi, in relazione alla teoria della reincarnazione, esprime un’opinione denigratoria sul sesso femminile, specificando che la punizione per l’anima degli uomini che non hanno vissuto bene il tempo assegnato loro è quella di reincarnarsi in seconda generazione nel corpo di una donna:
Nell’ultimo dialogo delle “Leggi”, Platone si allontana da un modello utopistico di Stato e parallelamente ridimensiona il ruolo delle donne, a cui riconosce il diritto di ricoprire alcune magistrature, ma non di svolgere le stesse funzioni degli uomini:
Il punto di vista di
ARISTOTELE sul sesso femminile ha avuto un’influenza duratura nella storia del pensiero occidentale, consolidando per secoli una concezione della donna come subordinata e limitata a ruoli secondari rispetto all’uomo.
Priva di un
logos deliberativo pienamente sviluppato, la donna è naturalmente destinata a essere governata dall’uomo:
Nel “De constantia sapientis”,
LUCIO ANNEO SENECA, esaltando la forza virile della filosofia stoica in contrapposizione alla debolezza effeminata della filosofia epicurea, riprende il principio aristotelico secondo cui l’uomo è naturalmente predisposto al comando, mentre la donna è destinata a obbedire:
In un altro passo del medesimo dialogo filosofico, Seneca si spinge a definire la donna come
imprudens animal (“animale privo di senno”), cioè una creatura che non riesce a far prevalere la ragione ed è succube delle passioni:
Il filosofo latino, in verità, non manca di riconoscere l’esistenza di donne particolarmente forti e virtuose, che tuttavia considera eccezioni rare rispetto allo stereotipo dominante. Queste figure si distinguono per aver rinunciato ai loro specifici attributi femminili ed essersi conformate a quelli del genere maschile:
Come prototipo di donna emancipata possiamo menzionare Fortunata, moglie di Trimalchione, ritratta da
PETRONIO nel “Satyricon: si tratta in effetti di una donna intraprendente, astuta e pragmatica, malgrado la rozzezza che spesso contraddistingue una ricchezza priva di eleganza:
- LETTERATURA LATINA – PETRONIO, “Satyricon”, Capitoli 37 e 67: Il ritratto di Fortunata
Nella tradizione giudaico-cristiana, la subordinazione della donna all’uomo assume un carattere più marcato rispetto alla tradizione greco-romana, sfociando nella visione apertamente misogina dei Padri della Chiesa, che attribuiscono alla donna il ruolo di tentatrice e di minaccia per la purezza spirituale dell’uomo.
Nel “De cultu feminarum”,
QUINTO SETTIMIO FIORENTE TERTULLIANO definisce la donna
diaboli ianua (“porta del diavolo”), colei che per prima trasgredì la legge divina e che trascinò l’uomo, immagine di Dio, nel peccato:
Nel “De virginibus velandis”, Tertulliano sostiene con fermezza che la donna deve coprirsi con il velo, considerato non solo una barriera contro il desiderio maschile, ma anche un simbolo inequivocabile della subordinazione femminile all’uomo, una sorta di giogo
:
Tra i filosofi moderni noti per le loro posizioni retrograde e vagamente misogine, spicca
FRIEDRICH NIETZSCHE, che in “Al di là del bene e del male”, riduce il processo di emancipazione femminile a una sorta di “sfemmminizzazione”, interpretandolo come un allontanamento della donna dalla sua autentica essenza:
La narrativa verghiana di stampo verista è popolata da donne discriminate e sottomesse, la cui condizione è inferiore a quella del più umile bracciante, carrettiere, pastore o cavapietre.
La protagonista della prima novella verista di Verga, “Nedda”, subisce l’emarginazione e il disprezzo della comunità per aver osato sfidare le regole e le tradizioni consolidate:
Anche le due giovani donne della famiglia Malavoglia, Lia e Mena, subiscono gli effetti della dura legge del disonore: Lia perde la rispettabilità per aver scelto di fuggire dall’opprimente ambiente familiare; Mena, di riflesso, è costretta a rinunciare all’amore e alla propria felicità personale:
- STORIA – Il percorso di emancipazione delle donne
Dunque la letteratura, da sempre specchio delle società, ha ampiamente testimoniato la condizione di discriminazione vissuta dalle donne nel corso dei secoli, raccontando al contempo il loro lungo e difficile cammino verso l’emancipazione.
Proviamo a sintetizzare le tappe principali di questo processo storico:
- STORIA – Il percorso di emancipazione delle donne