INDICE
DATI GENERALI
IL CAPITOLO IN BREVE
RIASSUNTO DETTAGLIATO
DATI GENERALI
MATERIA: Letteratura italiana
AUTORE: Niccolò Machiavelli
OPERA: “Il principe”
GENERE DELL’OPERA: Trattato politico
DATA DELL’OPERA: 1532
BRANO: Capitolo XXVI “Exhortatio ad capessendam italiam in libertatemque a barbaris vindicandam” (Esortazione a prendere l’Italia e a liberarla dai barbari)
IL CAPITOLO IN BREVE
Nel capitolo conclusivo Machiavelli sostiene che non c’è mai stato momento più favorevole di quello presente perché in Italia emerga un principe nuovo capace di redimerla: come Mosè, Ciro e Teseo ebbero bisogno di un popolo oppresso per manifestare la propria virtù, così la grave condizione italiana — divisa, lacerata e invasa dallo straniero — costituisce l’occasione propizia per un grande liberatore. Indica nella famiglia dei Medici, favorita da virtù, fortuna e appoggio della Chiesa, la casata più adatta a guidare questa impresa, prendendo a modello i grandi condottieri del passato.
Riflette poi sulla decadenza italiana, dovuta a ordinamenti ormai superati e alla debolezza dei capi militari, che vanifica la pur notevole virtù individuale degli italiani come dimostrano le numerose sconfitte subite. I Medici dovrebbero perciò dotarsi di un esercito nazionale proprio, capace di superare i punti deboli delle temute fanterie svizzera e spagnola attraverso una nuova organizzazione militare.
Il capitolo si chiude con un accorato appello ai Medici, affinché colgano questa occasione per liberare l’Italia dal dominio straniero e restituirle la propria nobiltà, richiamando la profezia di Petrarca sulla vittoria della virtù italiana.
RIASSUNTO DETTAGLIATO
IN ITALIA I TEMPI SONO MATURI PER L’AVVENTO DI UN PRINCIPE NUOVO
Nel capitolo conclusivo del trattato Machiavelli si chiede se nell’Italia del suo tempo esistano le condizioni propizie per l’avvento di un principe nuovo, capace di fondare un nuovo ordine politico che rechi gloria a lui e beneficio a tutti gli Italiani. La sua risposta è che non è mai esistito un momento più favorevole di quello presente.
A sostegno di questa tesi, Machiavelli richiama i grandi esempi storici citati nel sesto capitolo: come per Mosè, Ciro e Teseo fu necessaria un’occasione propizia affinché la loro virtù potesse manifestarsi (che il popolo d’Israele fosse ridotto in schiavitù in Egitto, che i Persiani fossero oppressi dai Medi, che gli Ateniesi fossero dispersi), allo stesso modo, perché possa manifestarsi la virtù di un grande uomo italiano, è stato necessario che l’Italia giungesse alla condizione drammatica in cui si trova: priva di una guida politica, senza ordine, battuta, spogliata, lacerata, percorsa dallo straniero, sottoposta a ogni genere di rovina.
In passato si è intravista una possibilità di salvezza in alcuni uomini, che parevano destinati da Dio alla redenzione della penisola; tuttavia nel momento decisivo la fortuna li ha abbandonati. L’Italia attende ancora di vedere chi possa sanare le sue ferite, porre fine ai saccheggi della Lombardia e alle oppressioni fiscali del Regno di Napoli e della Toscana, guarire le sue piaghe incancrenite. La si vede supplicare Dio che le mandi qualcuno capace di liberarla dalle crudeltà e dalle prepotenze dei barbari, pronta a seguire una bandiera, purché vi sia qualcuno disposto a impugnarla.
SOLO LA CASATA DEI MEDICI PUÒ SALVARE L’ITALIA
Non si vede al presente in quale casata si possa riporre maggiore speranza che nella famiglia dei MEDICI. Grazie alla sua virtù, alla sua fortuna e al favore di Dio e della Chiesa (di cui è a capo, essendo Leone X papa mediceo), essa potrebbe assumere la guida della liberazione d’Italia. L’impresa non dovrebbe essere impossibile, soprattutto se i Medici prenderanno a modello le azioni di Mosè, Ciro e Teseo, che furono certamente uomini rari ed eccezionali, ma pur sempre uomini. Nessuno di loro ebbe un’occasione più propizia della presente e la loro impresa non fu più giusta né più agevole di questa, né Dio fu loro più favorevole di quanto non possa esserlo con i Medici. Riprendendo un’affermazione di Tito Livio, Machiavelli ricorda che è giusta la guerra per chi non ha altra scelta, e sacre sono le armi quando in esse è riposta l’ultima speranza di salvezza.
L’Italia è così pronta a essere guidata che, se il nuovo principe saprà adottare i metodi dei grandi uomini del passato, l’impresa non dovrebbe presentare grandi ostacoli. Machiavelli ricorre alle immagini bibliche della liberazione del popolo ebraico dall’Egitto per indicare la predestinazione dei Medici alla grandezza: il mare si è aperto, una nube ha indicato il cammino, dalla roccia è scaturita l’acqua, è caduta la manna. Il resto spetta agli uomini, perché Dio non intende privarli del libero arbitrio e di quella parte di gloria che è loro riservata.
I MOTIVI DELLA DECADENZA DELL’ITALIA
Non c’è da stupirsi che nessuno degli italiani citati in precedenza sia riuscito nell’impresa che ci si può attendere dall’illustre casata dei Medici, né che dopo tanti rivolgimenti politici e tante campagne militari la virtù guerriera degli italiani sembri completamente spenta. Ciò dipende dal fatto che i vecchi ordinamenti erano ormai inadeguati, e nessuno è stato capace di crearne di nuovi. Nulla, tuttavia, conferisce tanta gloria e tanta reverenza a un uomo nuovo quanto il fondare nuove leggi e nuovi ordinamenti solidi e grandiosi.
Nel popolo italiano c’è grande virtù, se solo non mancasse nei capi. Basta osservare i duelli e i combattimenti tra pochi per constatare quanto gli italiani siano superiori per forza, destrezza e ingegno. Non appena però si passa agli eserciti, fanno cattiva figura. Tutto dipende dalla debolezza dei capi: chi sa non obbedisce, e tutti credono di sapere, poiché finora non è emerso nessuno dotato di virtù e fortuna tali da imporsi sugli altri. Da queste mancanze deriva il fatto che, nel corso dei vent’anni di guerre precedenti, ogni volta che si è formato un esercito composto interamente di Italiani esso ha dato cattiva prova di sé, come dimostrano le sconfitte del Taro, di Alessandria, di Capua, di Genova, di Agnadello, di Bologna e di Mestre.
Di conseguenza, se la casata dei Medici vuole seguire l’esempio dei grandi uomini del passato, deve prima di tutto dotarsi di armi proprie: non esistono soldati più fedeli, più autentici e migliori. E sebbene ogni soldato italiano sia individualmente valido, tutti insieme diventerebbero ancora più forti se fossero comandati dal loro principe, e da lui onorati e trattati con umanità.
L’URGENZA DI UNA MILIZIA NAZIONALE ITALIANA
È dunque necessario organizzare un esercito nazionale capace di difendere l’Italia dagli eserciti stranieri attraverso la virtù italiana.
Benché la fanteria svizzera e quella spagnola siano considerate temibili, entrambe presentano un punto debole, tanto da poter essere battute da un terzo tipo di esercito. Gli Spagnoli non reggono l’urto della cavalleria, mentre gli Svizzeri temono le fanterie altrettanto aggressive. Per questo si è visto, e si continuerà a vedere, che gli Spagnoli cedono di fronte alla cavalleria francese, e che gli Svizzeri possono essere sopraffatti dalla fanteria spagnola. In occasione della battaglia di Ravenna, la fanteria spagnola si scontrò con le truppe tedesche, che adottavano un ordinamento simile a quello svizzero, fondato sull’impiego delle lunghe picche. Gli Spagnoli, grazie alla rapidità e all’agilità dei movimenti e all’uso dei brocchieri (piccoli scudi rotondi) riuscirono a penetrare al di sotto delle picche tedesche, avvicinandosi abbastanza da poter colpire il nemico senza che questi riuscisse a difendersi. Se la cavalleria non fosse intervenuta ad attaccare gli Spagnoli, questi avrebbero con ogni probabilità annientato la fanteria tedesca.
Conoscendo i difetti degli Svizzeri e degli Spagnoli, un principe nuovo potrebbe conquistare prestigio e grandezza istituendo una nuova fanteria: non attraverso il rinnovo delle armi, ma mediante una riforma dell’organizzazione militare, capace di resistere alla cavalleria e di non temere le fanterie nemiche.
L’ACCORATO APPELLO AI MEDICI
Questa occasione non deve essere lasciata sfuggire, l’Italia deve finalmente vedere comparire il suo redentore, che la liberi dalla dominazione straniera.
Machiavelli lancia il suo appello con una serrata sequenza di domande retoriche. Con quale ardore costui sarebbe accolto nelle terre che hanno patito le invasioni straniere? Con quale sete di vendetta, con quale fede, con quale commossa devozione? Quale porta resterebbe sbarrata al suo passaggio? Quale popolo gli negherebbe obbedienza? Quale invidia oserebbe opporglisi? Quale italiano gli rifiuterebbe venerazione?
Il dominio barbarico è ormai insopportabile per tutti. Prenda dunque la casata dei Medici questa iniziativa con l’animo e la speranza che si addicono alle imprese giuste, affinché sotto le sue insegne la patria ritrovi la sua nobiltà e si avveri la profezia del Petrarca (“Virtù contro al furore / prenderà l’armi, e fia il combatter corto; / chè l’antico valore / negli Italici cuor non è ancor morto”).