NICCOLÒ MACHIAVELLI – “Il principe”, Capitolo XXIV

INDICE
DATI GENERALI
IL CAPITOLO IN BREVE
RIASSUNTO DETTAGLIATO

DATI GENERALI

MATERIA: Letteratura italiana
AUTORE: Niccolò Machiavelli
OPERA: “Il principe
GENERE DELL’OPERA: Trattato politico
DATA DELL’OPERA: 1532
BRANO: Capitolo XXIV “Cur Italiae principes regnum amiserunt” (Perché i principi d’Italia persero il regno)

Torna all’indice

IL CAPITOLO IN BREVE

Machiavelli riassume i principi precedenti: un principe nuovo che li applichi bene può consolidare il potere rapidamente, perché gli uomini guardano al presente e si accontentano se lo Stato prospera, guadagnandosi così doppia gloria — a differenza del principe ereditario che, perdendo il potere per incapacità, subisce doppia vergogna.

I principi italiani che persero i loro Stati, come il re di Napoli e il duca di Milano, condivisero due difetti: scarsa organizzazione militare e incapacità di procurarsi il favore di popolo e nobili. Filippo V di Macedonia, invece, pur con uno Stato piccolo, resistette a lungo grazie a virtù militare e sostegno popolare.

Machiavelli conclude che la perdita degli Stati va attribuita non alla fortuna ma all’ignavia dei principi, che non seppero prevedere i pericoli e, nelle difficoltà, confidarono vilmente in un futuro richiamo al potere anziché difendersi. Le sole difese valide sono quelle fondate sulla virtù del principe stesso.

Torna all’indice

RIASSUNTO DETTAGLIATO

In questo capitolo Machiavelli riassume i principi esposti nei capitoli precedenti.

Praticando con intelligenza i suggerimenti illustrati, un principe nuovo può consolidare rapidamente il suo potere, ottenendo una stabilità non inferiore a quella di un principe ereditario. Infatti gli uomini guardano soprattutto al presente: se il nuovo principe assicura il benessere dello Stato, i sudditi ne sono soddisfatti e non desiderano altro. Il principe nuovo consegue così una doppia gloria, quella di aver fondato un principato e quella di averlo rafforzato con buone leggi, buoni eserciti e buoni esempi. Al contrario, il principe ereditario che perda il potere per mancanza di saggezza incorrerà in una doppia vergogna.

Nei principi italiani che ai tempi di Machiavelli avevano perso i loro Stati, come il re di Napoli e il duca di Milano, si riscontrano due difetti comuni: una carente organizzazione militare e l’incapacità di tenersi amici il popolo o i nobili. Se non si commettono questi errori, è impossibile perdere Stati dotati di forza sufficiente a schierare un esercito in campo.

Come esempio positivo viene citato FILIPPO V DI MACEDONIA – non il padre di Alessandro, ma il re sconfitto da Tito Quinzio Flaminino nel 197 a.C. – il quale, pur disponendo di uno Stato relativamente piccolo rispetto alla potenza greca e romana, riuscì a resistere per anni grazie alle sue capacità militari, al favore del popolo e all’appoggio dei nobili. Pur perdendo alcune città, riuscì comunque a conservare il regno.

Machiavelli conclude che i principi italiani non devono attribuire la perdita dei propri Stati alla fortuna, ma all’ignavia. Nei periodi di quiete non hanno previsto la possibilità di cambiamenti avversi e, quando le difficoltà si sono presentate, hanno pensato a fuggire anziché a difendersi; e hanno riposto le loro speranze nel malcontento dei popoli verso i vincitori, confidando di venire richiamati al potere. È un rimedio a cui si può ricorrere quando non ne esistano altri, ma è grave errore lasciarlo come unica soluzione: non si dovrebbe mai cadere contando di trovare chi ti raccolga; questo o non accade, o se accade non offre alcuna garanzia, trattandosi di una difesa vile che non dipende da te.

Le sole difese valide, certe e durevoli, conclude Machiavelli, sono quelle che dipendono dal principe e dalla sua virtù.

Torna all’indice

Capitolo precedente          •          Capitolo successivo

Vai alla scheda dell’opera